A partire da una centrale operativa dislocata nel cuore del rione Forcella, a Napoli, si è sviluppata una sofisticata rete criminale specializzata nella vessazione di anziani vulnerabili, operando con una spregiudicata ingegneria sociale e sfruttando le nuove tecnologie.
L’articolata organizzazione, smantellata dalla squadra Mobile di Padova con l’esecuzione di undici provvedimenti cautelari, era orchestrata da un uomo di 32 anni, figura di spicco all’interno del clan camorristico Giuliano, e si avvaleva di un team composto da individui già noti alle autorità per reati di truffa, associazione a delinquere di stampo mafioso, traffico illecito di sostanze stupefacenti e tentato omicidio.
Il ruolo cruciale di braccio destro del promotore era ricoperto da una donna di 22 anni, anch’essa destinata alla detenzione preventiva, mentre il resto della compagine, nove persone, è stata sottoposta all’obbligo di dimora e firma quotidiana presso le Questure di residenza.
L’indagine, avviata nel 2024, ha preso piede a seguito di una serie di episodi, quindici in totale, che hanno colpito anziani residenti in diverse province italiane: Padova, Venezia, Como, Bolzano, Teramo, Verona, Trento, Cuneo, Modena e Ascoli Piceno.
Il modus operandi, meticolosamente pianificato, prevedeva una telefonata ingannevole da parte di un malvivente, che si presentava come un funzionario delle forze dell’ordine o un avvocato.
La narrazione, abilmente costruita, riguardava un presunto incidente stradale causato da un familiare, con conseguenti feriti gravi.
La vittima, colpita dal panico e dalla preoccupazione, veniva indotta a versare ingenti somme di denaro per sbloccare la situazione e “liberare” il proprio congiunto.
Le attività di recupero effettuati dalla polizia hanno permesso di recuperare una refurtiva di valore complessivo superiore a 400.000 euro, costituita da denaro contante, gioielli e altri beni preziosi.
Solo nel padovano, nel corso del 2025, si sono verificate 671 truffe ai danni di anziani, generando un profitto illecito stimato in circa 5 milioni di euro.
La struttura criminale si caratterizzava per un’organizzazione gerarchica complessa, con una divisione del lavoro ben definita.
I centralinisti napoletani, attraverso l’utilizzo di schede telefoniche anonime e in continuo ricambio, coordinavano le azioni dei complici, che si recavano nelle province di destinazione, prevalentemente in treno.
Il compenso per i “corrieri” variava tra il 15% e il 20% del bottino, riducendosi al 10% qualora l’organizzazione fornisse assistenza legale in caso di arresto.
Il valore dell’oro, oggetto frequente dei furti, rendeva l’operazione particolarmente redditizia: il questore di Padova, Marco Odorisio, ha sottolineato il divario tra il prezzo ufficiale (circa 115 euro al grammo) e quello del mercato nero (circa 75 euro).
La sofisticatezza della rete criminale si è ulteriormente manifestata nell’utilizzo di tecnologie avanzate, come l’intelligenza artificiale, per clonare le voci dei familiari e manipolare emotivamente le vittime.
Il procuratore capo di Padova, Angelantonio Raccanelli, ha inoltre evidenziato come il Giudice per le Indagini (GIP) abbia esercitato autonomia decisionale, respingendo richieste di misure cautelari più severe formulate dalla Procura, confutando così l’idea di un’automatica adesione del magistrato alle istanze del pubblico ministero.
L’indagine apre uno scenario allarmante sulla vulnerabilità degli anziani e sull’evoluzione delle tecniche criminali, che si avvalgono sempre più delle nuove tecnologie e di un’abile manipolazione psicologica.





