A Genova, come in altre città italiane, si è sviluppato un allarmante fenomeno che coinvolge la pagina Facebook “Mia Moglie”, un gruppo social cresciuto rapidamente fino a raggiungere oltre trentaduemila iscritti.
Questa piattaforma, inizialmente apparentemente innocua, si è rivelata un terreno fertile per pratiche altamente lesive della dignità femminile e potenzialmente illegali.
L’organizzazione giovanile No justice no peace ha contribuito a portare alla luce la gravità della situazione, sollecitando un intervento delle autorità.
Le vittime, riconoscendosi nelle immagini pubblicate senza il loro consenso, hanno raccolto prove significative: screenshot dei commenti, fotografie originali e altre informazioni pertinenti, che sono state messe a disposizione delle forze dell’ordine, in particolare alla polizia postale e ai carabinieri.
L’indagine, tuttavia, si presenta complessa.
Molti degli utenti coinvolti hanno tentato di cancellare i propri profili o di operare sotto falsa identità, rendendo difficoltosa l’identificazione.
Le possibili accuse derivanti da questa vicenda sono di natura diversa e potenzialmente gravi.
Coloro che hanno pubblicato le immagini potrebbero essere accusati di revenge porn, un reato che sanziona la diffusione non consensuale di immagini sessualmente esplicite.
In aggiunta, potrebbero essere contestati reati di violazione della privacy e accesso abusivo a sistemi informatici, qualora le fotografie siano state sottratte da dispositivi privati senza autorizzazione.
Gli utenti che hanno partecipato attivamente con commenti denigratori o offensivi potrebbero invece incorrere in accuse di diffamazione aggravata.
Una volta individuati i responsabili, la polizia postale trasmetterà le informative alle procure competenti.
È probabile che le denunce vengano aggregate in un unico fascicolo, affidato a un magistrato specializzato in reati informatici, per garantire una gestione efficiente e coordinata del caso.
L’attivista genovese Biancamaria Furci ha svolto un ruolo cruciale nell’esporre la vicenda, mettendo in luce la presenza di professionisti di spicco – poliziotti, militari, medici, dirigenti sanitari, avvocati, insegnanti, docenti universitari – tra gli iscritti al gruppo Facebook.
La sua denuncia sottolinea la natura sistemica e pervasiva del fenomeno, evidenziando come la condivisione di immagini private sia stata utilizzata per ottenere “voti” e commenti, manifestando una forma di proprietà e controllo sulle donne coinvolte, con una flagrante mancanza di rispetto per la loro volontà e la loro intimià.
Questo aspetto solleva interrogativi profondi sulla cultura digitale e sulla necessità di promuovere un uso più consapevole e responsabile delle piattaforme online, garantendo la tutela dei diritti fondamentali e la prevenzione di abusi e violenze.