lunedì 1 Settembre 2025
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Pipe a Bologna: un’ammissione di sconfitta o una nuova via?

La decisione del Comune di Bologna di distribuire pipe per il consumo di crack solleva interrogativi profondi e innesca un dibattito che va ben oltre la mera gestione di una emergenza sanitaria.
La reazione di Andreina Moretti, presidente dell’associazione ‘Il Guscio’, si configura come un grido d’allarme, un monito proveniente da chi ha visto da vicino, per decenni, la devastante spirale della dipendenza.

Chi ha vissuto gli anni ’80 e ’90, periodi segnati dall’esplosione del traffico di sostanze stupefacenti, ha assistito a un lento declino, a famiglie lacerate, a vite spezzate, a una perdita inesorabile di dignità umana.
Non si tratta di giudizi moralistici, bensì di una constatazione amara: la droga non è un problema di ordine pubblico, ma una ferita aperta nel tessuto sociale, un male che corrode la resilienza delle comunità.
La proposta di Bologna, presentata come misura di “riduzione del danno”, rischia di depistare il vero problema.

Non si tratta di negare l’importanza di mitigare le conseguenze del consumo di sostanze, ma di rifiutare soluzioni che, in realtà, ne legittimano l’accesso e banalizzano il rischio.
La distribuzione di pipe gratuite non è un atto di compassione, ma un’ammissione di sconfitta, un passo indietro rispetto alle strategie di prevenzione e di recupero che hanno segnato, con alterne fortune, la storia della lotta alla droga.

L’errore fondamentale risiede nella separazione tra sintomo e causa.
La dipendenza non è una malattia incurabile, ma il prodotto di fragilità individuali, di disagi sociali, di mancanza di opportunità.

La vera prevenzione non consiste nel fornire strumenti per consumare in modo “sicuro”, ma nell’offrire alternative concrete: percorsi di crescita personale, opportunità di formazione professionale, progetti di inclusione sociale, un sostegno psicologico adeguato.
L’associazione ‘Il Guscio’ è testimone quotidiano delle conseguenze devastanti della dipendenza: genitori disperati, donne terrorizzate, famiglie sull’orlo del collasso economico e affettivo.
Queste non sono semplici statistiche, ma storie di dolore e di sofferenza che meritano una risposta diversa, una risposta che non si limiti a “gestire” il problema, ma che lo affronti alla radice.
Investire in progetti educativi, in comunità terapeutiche, in percorsi di recupero personalizzati significa creare una rete di protezione intorno ai soggetti a rischio, offrire loro una speranza concreta, un futuro diverso.
Significa, in definitiva, riaffermare il valore della vita umana, la dignità di ogni individuo, il diritto a un futuro libero dalla dipendenza.

Il messaggio che dobbiamo trasmettere con forza e determinazione è chiaro: la dipendenza è una scelta sbagliata, un vicolo cieco che conduce alla distruzione.

Abbandonare la strada della prevenzione, cedere alla tentazione di una soluzione facile e superficiale, significa accettare la sconfitta, rinunciare alla speranza, condannare intere generazioni a un futuro di sofferenza e di dolore.
Non si può arrendersi di fronte a una piaga sociale, perché arrendersi significa accettare che non ci sia soluzione, e questo è il male più grande che possiamo infliggere a noi stessi e al nostro futuro.

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