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Albula, l’ombra sul turismo di San Benedetto.

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San Benedetto del Tronto, città simbolo della “Riviera delle Palme”, si confronta con una dissonanza cruda e innegabile: la progressiva degradazione del torrente Albula, arteria fluviale che segna uno snodo cruciale tra il tessuto urbano e il paesaggio costiero.
La denuncia, che si riaccende con forza, proviene non da una voce isolata, ma da Sandro Assenti, imprenditore di spicco nel settore della ristorazione locale e, significativamente, presidente della Confesercenti sambenedettese.
Questa posizione di leadership conferisce alla polemica un peso istituzionale che non può essere ignorato.
La problematica trascende la mera questione estetica.
Si tratta di una profonda contraddizione che mina l’immagine stessa della città, proiettata a livello nazionale come meta turistica di pregio.

La cura maniacale per le palme che adornano il lungomare, l’impegno profuso nella fioritura delle aiuole, si rivelano sforzi vani e quasi ridicoli di fronte alla desolante realtà del torrente: una miscela di vegetazione morente, accumuli di fanghiglia e persistenti segni di sporcizia.

L’analogia proposta da Assenti, quella dello smoking intriso di fango, coglie con efficacia l’assurdità di una presentazione sbilenca e ingannevole.
La presenza di una colonia di anatre che ha scelto la foce dell’Albula come habitat naturale aggiunge un ulteriore strato di complessità.

La biodiversità, in sé, rappresenterebbe un valore da proteggere, ma la sua collocazione in una zona di forte frequentazione turistica solleva interrogativi sulla sostenibilità dell’equilibrio tra tutela ambientale e sviluppo economico.

La provocatoria domanda di Assenti – “Il nostro turismo chi lo tutela?” – non è una semplice accusa, ma un invito a riflettere sulla priorità da assegnare: la salvaguardia della fauna selvatica o la massimizzazione dell’appeal turistico?L’ipotesi di trasferimento delle anatre verso la Sentina, riserva naturale regionale, suggerisce una possibile soluzione pragmatica.

Si tratterebbe di offrire loro un ambiente più consono alle loro esigenze, preservandole dagli impatti negativi dell’attività antropica e garantendo, al contempo, una fruizione del paesaggio costiero più ordinata e accattivante.
La domanda retorica “È chiedere troppo?” è un monito a superare la logica del breve termine e ad abbracciare una visione di sviluppo turistico più responsabile e integrata con la tutela del patrimonio naturale.
La questione, in definitiva, non riguarda solamente la pulizia di un torrente, ma la capacità della città di San Benedetto di reinventarsi e di offrire una vera esperienza di bellezza, autenticità e rispetto per l’ambiente.

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