La testimonianza di padre Gabriel Romanelli, parroco della chiesa Sacra Famiglia di Gaza, risuona con un’amara disillusione durante la Maratona per la Pace, un evento di sensibilizzazione nazionale promosso dalla Cisl Marche e ospitato presso l’Università Politecnica delle Marche ad Ancona.
La sua voce, giunta da lontano attraverso le onde digitali, dipinge un quadro desolante, un ecosistema di sofferenza pervaso da una contraddittoria “consolazione”: l’assenza di bombardamenti di intensità maggiore, un palliativo che non lenisce la profonda ferita aperta sulla Striscia di Gaza.
La realtà che emerge non è quella di un cessate il fuoco, ma di un conflitto ridimensionato nell’impatto immediato, ma non in termini di conseguenze.
I numeri, freddi e implacabili – novanta vite spezzate in poche ore, tra cui ventiquattro bambini – smentiscono ogni vago sentimento di sollievo.
La gravità della situazione è acuita dalla precarietà dell’accesso agli aiuti umanitari, che fluiscono a singhiozzo, quasi un’illusione di speranza per una popolazione stremata.
La distribuzione è fortemente sbilanciata, con un accesso limitato alle aree settentrionali, dove la necessità è più urgente.
La vita quotidiana è un’estenuante lotta per la sopravvivenza.
L’assenza di elettricità, una condizione cronica protrattasi per oltre due anni, ha trasformato la ricerca di energia in un’attività di ingegno e disperazione, spingendo la popolazione a ricorrere a combustibili di fortuna, bruciando tutto ciò che può ardere: legna, tavole, persino plastica, in un’agonia ambientale che si aggiunge alla catastrofe umanitaria.
L’apertura recente del flusso di gas, dopo anni di privazioni e soluzioni di emergenza, appare un piccolo passo in una marcia infinita verso la normalità.
Nonostante un timido ritorno di alcuni prodotti nel mercato e un conseguente lieve calo dei prezzi, la mancanza di liquidità si rivela un ostacolo insormontabile.
L’apertura di una succursale bancaria, pur auspicabile, si rivela sterile se non accompagnata dalla possibilità di erogare credito.
Questa circostanza alimenta un sentimento di immobilismo, una sensazione di essere deliberatamente intrappolati in una spirale di miseria, impedendo qualsiasi tentativo di ricostruzione e di ripresa.
La devastazione fisica è indicibile.
Le città sono state ridotte in macerie, i quartieri di Gaza City, Khan Younis e Rafah sono quasi scomparsi, cancellati da un conflitto che ha spazzato via interi agglomerati abitativi.
La testimonianza di padre Romanelli è un grido di dolore, un appello alla coscienza universale, un monito per non abbandonare un popolo che lotta per la sua stessa esistenza, un popolo che, nonostante tutto, continua a cercare una luce in un orizzonte oscurato dalla guerra.
È un’istanza di giustizia, un invito a trasformare la compassione in azione concreta.

