Il rapporto “Interventi contro la violenza sulle donne nelle Marche: un’istantanea del 2024” dipinge un quadro allarmante, segnato da un incremento significativo degli accessi ai servizi di supporto e da un’aggravamento delle dinamiche violente che affliggono il territorio regionale.
I dati, presentati durante la seduta aperta del Consiglio regionale, rivelano un’impennata del 44% negli accessi ai Centri antiviolenza rispetto ai cinque anni precedenti, con quasi mille donne che hanno richiesto aiuto.
Questo dato, sebbene incoraggiante in quanto indicatore di una maggiore propensione delle vittime a denunciare e cercare supporto, coincide con un quadro clinico e psicologico sempre più complesso.
Le statistiche delineano un mosaico di sofferenze: 84 donne hanno subito maltrattamenti domestici, un numero che sottostima la reale portata del fenomeno, spesso sommerso da dinamiche silenziose e relazioni manipolative; 400 donne hanno subito violenze sessuali, un dato che esclude, con ogni probabilità, un numero ancora più ampio di episodi non denunciati, gravati dalla vergogna e dalla paura.
Il rapporto segna inoltre due femminicidi, tragedie che hanno tolto la vita a Ana Cristina Duarte, 38 anni, ed Emanuela Massisci, 45 anni, eventi che urlano la necessità di un cambio di mentalità e di un intervento più incisivo a livello sociale.
Parallelamente, il rapporto offre uno sguardo inedito sulla complessità del fenomeno, evidenziando un aumento dei casi di uomini che si rivolgono ai Centri per autori di violenza: 321 persone, con un incremento del 100% rispetto al 2023, e un aumento significativo della presa in carico, segno di una maggiore consapevolezza, seppur tardiva, e di una responsabilizzazione, spesso imposta dal sistema giudiziario.
È fondamentale interpretare questo dato non come una negazione della colpa, ma come un’opportunità per affrontare le radici profonde della violenza, i traumi infantili, i modelli culturali distorti che alimentano comportamenti aggressivi e coercitivi.
L’analisi del rapporto smentisce l’immagine stereotipata della vittima “fragile” o “marginalizzata”.
Il 28% delle donne che hanno chiesto aiuto nel 2024 presentava un livello di istruzione elevato e un’occupazione stabile, sottolineando come la violenza di genere non conosca barriere sociali o economiche, ma si insinui subdola anche nelle relazioni apparentemente più solide e idilliache.
Questa constatazione impone un ripensamento delle strategie di prevenzione, che devono andare oltre l’assistenza alle vittime e concentrarsi sull’educazione alla parità, il rispetto e la gestione delle emozioni.
Nicola Baiocchi, consigliere regionale, sottolinea giustamente come la violenza di genere rimanga un tabù culturale che necessita di essere affrontato con coraggio e determinazione.
Il rapporto non è solo un documento statistico, ma un appello all’azione, un invito a rafforzare la rete di protezione, a potenziare i servizi di supporto psicologico e legale, a promuovere una cultura della responsabilità e del rispetto.
È imprescindibile investire in programmi di prevenzione nelle scuole, formare il personale sanitario e sociale, garantire percorsi obbligatori di riabilitazione per gli autori di violenza.
L’obiettivo ultimo è creare una società in cui nessuna donna si senta sola o abbandonata, e in cui nessun minore debba crescere nella paura, ma possa sviluppare il proprio potenziale in un ambiente sicuro e protetto.
Il cambiamento è possibile, ma richiede l’impegno di tutti.








