La storia di Amina (pseudonimo), giunta in Italia attraverso un ricongiungimento familiare, incarna una drammatica realtà spesso silenziata: quella della schiavitù domestica velata.
La giovane tunisina, sradicata dal suo contesto e priva di supporto, si è ritrovata intrappolata in un sistema di dipendenza economica e psicologica all’interno del nucleo familiare del marito, legato a una precedente unione.
Le sue giornate, scandite da lavori incessanti e privazioni, l’hanno condotta sull’orlo della disperazione, manifestata in segni fisici visibili al personale sanitario durante una visita al pronto soccorso.
La sua denuncia ha aperto una spirale di liberazione e di presa in carico.
Questo caso, dolorosamente emblematico, è emerso durante la presentazione del rapporto triennale dello sportello di mediazione socio-lavorativa promosso da Amad, Associazione multietnica antirazzista donne di Ancona.
L’iniziativa, realizzata in concomitanza con la Giornata internazionale del 25 novembre per l’eliminazione della violenza contro le donne, ha offerto l’opportunità di riflettere sul progetto We Work, sostenuto dal Fondo di Beneficenza di Intesa Sanpaolo, e sulle sfide che le donne migranti affrontano quotidianamente.
L’associazione Free Woman ha fornito un primo supporto fondamentale a Amina, che successivamente si è rivolta allo sportello Amad.
L’operatrice Isabella Mari ha orchestrato un percorso di orientamento e formazione, offrendo ad Amina gli strumenti per ricostruire la propria identità e progettare un futuro autonomo.
La sua volontà di ripartire, nonostante le ferite profonde, testimonia la resilienza femminile e la capacità di reinventarsi.
Il progetto We Work si pone l’obiettivo ambizioso di fornire a donne, giovani e persone migranti gli strumenti concreti per raggiungere l’indipendenza economica e l’autonomia.
La sua attività ha rivelato una verità scomoda: la violenza economica, una forma di abuso subdola e poco riconosciuta, è un fenomeno diffuso, che colpisce non solo donne straniere, ma anche italiane.
Il controllo finanziario, l’impossibilità di gestire le risorse, la dipendenza decisionale in ambito economico e la marginalizzazione dal mondo del lavoro, creano una prigione invisibile che impedisce alle donne di emanciparsi e di sottrarsi a relazioni tossiche.
L’assenza di risorse finanziarie, l’isolamento sociale e la mancanza di una rete di supporto rappresentano barriere insormontabili che rendono l’uscita da queste situazioni estremamente difficile.
L’esclusione dal mercato del lavoro aggrava ulteriormente la situazione, creando un circolo vizioso di dipendenza e vulnerabilità che mina la dignità e le aspirazioni individuali.
Promuovere l’empowerment economico femminile, attraverso l’accesso a formazione professionale, opportunità di lavoro e sostegno finanziario, si configura come una priorità assoluta per contrastare questa forma di violenza nascosta e favorire una reale inclusione sociale.

