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Banca delle Marche: Assolti gli ex dirigenti, luce sulle cause del crollo

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Il crollo della Banca delle Marche (BdM) rappresenta una vicenda complessa, intrinsecamente legata alle turbolenze economiche globali che hanno scosso il panorama finanziario tra il 2008 e il 2012.
L’istituto di credito marchigiano, fortemente esposto al settore immobiliare – comparto cruciale per la sua clientela – si è trovato ad affrontare una crisi di liquidità che ha portato alla sua insolvenza.

La recente assoluzione, per bancarotta fraudolenta, dell’ex direttore generale Massimo Bianconi e di altri cinque imputati, sancita dalla Corte d’Appello di Ancona, pone fine a un lungo e controverso processo, ma soprattutto illumina le dinamiche profonde che hanno condotto al dissesto.
L’assoluzione, motivata in un corposo documento di duecento pagine, esclude con fermezza l’esistenza di un dolo intenzionale di dissipazione delle risorse bancarie da parte degli imputati.
La Corte ha ribadito che la condotta degli stessi, pur comportando un’erosione del patrimonio, rientrava nel normale modus operandi di un’impresa, non configurando una violazione dei doveri di legge o un abuso di gestione.
Le operazioni finanziarie, sebbene rilevanti, costituivano solo una componente della gestione complessiva di BdM, senza compromettere in modo determinante la sua continuità operativa e prevedendone l’insolvenza.

Un elemento cruciale nella valutazione della Corte è stata la presa in considerazione del contesto economico globale.
Al momento dell’erogazione dei finanziamenti contestati, gli operatori bancari non potevano ragionevolmente prevedere un attacco alle ragioni del ceto creditore, evento che si è concretizzato solo quattro anni dopo, a seguito di una concatenazione di fattori esterni, tra cui una profonda revisione dei criteri valutativi, cambiamenti nella gestione aziendale e la piena manifestazione della crisi economica.
In altre parole, la prospettiva di lungo periodo non poteva aver prefigurato la catastrofe che si è poi verificata.

La Corte ha inoltre evidenziato come alcuni degli imputati stessi abbiano investito personalmente in BdM, attraverso la moglie di Bianconi e con l’utilizzo del Trattamento di Fine Rapporto (Tfr) da parte di Massimo Battistelli, dimostrando una fiducia nell’istituto che difficilmente si sarebbe manifestata in caso di consapevole rischio di perdita.
Un ulteriore punto sollevato dalla Corte riguarda la controllata Medioleasing. Secondo i giudici, la sua inclusione nel processo era inappropriata, poiché era solo BdM ad essere stata dichiarata fallita da un precedente provvedimento del tribunale del 10 marzo 2016.

La consumazione del reato di bancarotta, secondo l’interpretazione della Corte, è strettamente legata all’emissione della sentenza dichiarativa del fallimento, configurandosi come una condizione necessaria per la punibilità.
L’assenza di una simile dichiarazione per Medioleasing Spa, pertanto, rende infondata l’ipotesi di bancarotta.
La sentenza di assoluzione, in definitiva, non solo chiude un capitolo doloroso per la comunità marchigiana, ma offre spunti di riflessione sulla complessità dei processi economici e finanziari, sottolineando come la responsabilità per un fallimento possa essere difficile da attribuire in un contesto segnato da fattori esterni e imprevedibili.

Essa suggerisce anche una revisione delle interpretazioni legali relative alla bancarotta fraudolenta, ponendo l’accento sulla necessità di distinguere tra una gestione aziendale rischiosa ma legittima e un comportamento doloso finalizzato alla dissipazione del patrimonio.

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