Il ruolo di Confindustria non può più confondersi con una mera rappresentanza degli interessi aziendali; oggi si prospetta come un motore di visione strategica, un catalizzatore di sviluppo di competenze cruciali e un architetto di progetti capaci di plasmare il futuro del sistema produttivo marchigiano.
Questa evoluzione, delineata dal Presidente Diego Mingarelli nell’Assemblea Generale a Fabriano, impone un ripensamento radicale dell’approccio alle sfide che attendono il territorio.
L’attrattività territoriale non è un dato quantitativo da inseguire, bensì un’ambiziosa costruzione sociale e culturale.
Si tratta di creare ambienti vitali, accoglienti, capaci di ispirare e trattenere talenti, e al contempo di promuovere la nascita e la crescita di imprese che incarnino i principi di responsabilità sociale e innovazione continua.
Un modello di impresa che vada oltre la mera redditività, fondato su valori condivisi e un profondo senso di appartenenza al territorio.
La necessità è quella di offrire opportunità concrete: retribuzioni competitive, percorsi di carriera stimolanti e un impegno costante allo sviluppo professionale, elementi essenziali per attrarre e fidelizzare le nuove generazioni.
La ricerca condotta con l’Università Politecnica delle Marche, che ha coinvolto un campione significativo di giovani marchigiani emigrati, rivela un dato incoraggiante: una netta prevalenza (oltre il 90%) manifesta un forte legame con la regione e una propensione al rientro, a patto che vengano offerte condizioni lavorative e di vita adeguate.
Questa “mobilità consapevole”, come la definisce Mingarelli, non è una fuga, ma una ricerca di dignità, riconoscimento professionale e avanzamento sociale, un segnale che il territorio ha ancora molto da offrire.
Per affrontare le sfide demografiche e la transizione generazionale, Confindustria ha avviato iniziative significative, tra cui l’istituzione di una cattedra di ricerca all’Univpm dedicata al passaggio generazionale nelle imprese familiari e la creazione di un Osservatorio dedicato.
La gestione efficace di questa transizione, che impatterà in modo significativo quasi un’impresa su cinque nei prossimi cinque anni e quasi la metà nei successivi quindici, si rivelerà cruciale per la sopravvivenza e l’evoluzione del modello produttivo marchigiano.
L’invecchiamento della forza lavoro e la lentezza del ricambio generazionale rappresentano un allarme che richiede interventi urgenti e strutturali.
L’integrazione di nuove forze lavoro, attraverso l’immigrazione qualificata e l’aumento della presenza femminile nel mercato del lavoro, si presenta come una necessità imprescindibile.
Superare pregiudizi e tabù, valorizzando la diversità e promuovendo pari opportunità, è un imperativo etico e strategico.
Non si può sottovalutare il ruolo cardine del settore manifatturiero per l’economia regionale.
La sua rilevanza si manifesta non solo nel contributo al Prodotto Interno Lordo (15%), ma anche nell’effetto moltiplicatore sull’indotto (ulteriore 15%), nell’impulso agli investimenti (35%) e nella spinta alla ricerca e sviluppo (50%).
Il predominio del manifatturiero nelle esportazioni italiane (95%) sottolinea la sua importanza strategica per la competitività del paese.
Infine, la Zona Economica Speciale (ZES) rappresenta un’opportunità da cogliere, ma non da idealizzare.
L’uniforme applicazione su tutto il territorio regionale è un obiettivo primario, ma è fondamentale integrarla in un disegno più ampio, che ne massimizzi l’impatto e ne eviti la sterile efficacia di una misura isolata.
La ZES deve essere un tassello di un piano strategico più ambizioso, volto a promuovere lo sviluppo sostenibile e la competitività del sistema produttivo marchigiano.

