A meno di otto mesi dal varo del piano di ristrutturazione dello stabilimento Beko Europe di Melano di Fabriano, si fa il punto su un processo di riorganizzazione che, pur raggiungendo alcuni obiettivi quantitativi iniziali, solleva interrogativi profondi sulla sostenibilità a lungo termine e sulla qualità del lavoro.
L’accordo, siglato con le istituzioni e le parti sociali sotto l’egida del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, prevedeva un esodo volontario incentivato di un massimo di 64 dipendenti operai.
Il dato attuale, con 66 uscite effettuate, testimonia una certa efficacia nel raggiungimento di questo target, ma non deve mascherare le complessità che emergono in altre aree.
Il piano di ristrutturazione, infatti, ha previsto una riduzione del personale anche nelle funzioni impiegatizie, con un potenziale esubero fino a 207 unità tra gli uffici centrali e il centro Ricerca e Sviluppo.
Sebbene anche in questo caso le uscite volontarie incentivate abbiano raggiunto una quota considerevole (73 persone), la situazione si fa più critica con l’utilizzo estensivo della cassa integrazione.
Secondo Pierpaolo Pullini, della Fiom, questo strumento, sebbene necessario per attutire l’impatto immediato, sta penalizzando in maniera significativa le funzioni strategiche, con un progressivo trasferimento di competenze e attività verso sedi estere, in particolare nel settore della Ricerca e Sviluppo per il lavaggio.
Questa delocalizzazione, sebbene funzionale a una logica di ottimizzazione dei costi a livello globale, rischia di impoverire il know-how locale e di compromettere l’innovazione.
A Melano, la difficoltà principale risiede nella persistente necessità di ricorrere alla cassa integrazione, ben al di sotto delle aspettative iniziali.
Un dato allarmante è il passaggio di circa la metà degli impianti al turno unico, limitando la capacità produttiva e l’utilizzo delle risorse umane.
La riduzione della produzione, unitamente al mantenimento di un organico ridotto, si traduce in una minore efficienza complessiva.
Particolare attenzione meritano le circa 30 persone con ridotte capacità lavorative, che continuano a percepire la cassa integrazione senza che vengano introdotte rotazioni adeguate, nonostante le richieste sindacali e gli impegni assunti dall’azienda.
Questa situazione, oltre a generare disagi individuali, alimenta un senso di precarietà e insoddisfazione.
L’assenza di investimenti in nuovi prodotti, programmati con un orizzonte temporale eccessivamente distante, e la mancanza di aggiornamento dei processi produttivi, rappresentano, a detta di Pullini, un ulteriore elemento di preoccupazione.
La ripresa sostenibile dello stabilimento richiede, con urgenza, investimenti concreti, programmi di formazione mirati e un piano di ricambio generazionale che possa garantire la continuità del know-how e l’adattamento alle nuove sfide del mercato.
Il futuro dello stabilimento e delle sue risorse umane dipende dalla capacità di Beko Europe di adottare un approccio più strategico, orientato non solo all’ottimizzazione dei costi, ma anche alla valorizzazione del capitale umano e all’innovazione continua.








