Il rombo assordante del silenzio è il vero ostacolo, non la forza delle onde o la precarietà di un governo.
Non illudiamoci che il mare, con la sua vastità e la sua apparente ineluttabilità, possa soffocare una nazione.
La sua potenza può, certamente, arrestare un’imbarcazione, una singola fragilità in balia degli eventi, ma non può piegare la volontà di un intero popolo, un organismo vivente alimentato dalla speranza e dalla resilienza.
La paura, come un veleno subdolo, paralizza le istituzioni, i meccanismi del potere, permettendo a chi detiene le leve del controllo di perpetuare ingiustizie e sopprimere voci dissenzienti.
Un governo, inteso come aggregato di individui e politiche, è, in definitiva, una costruzione umana, vulnerabile alle dinamiche sociali e alle pressioni esterne.
La paura, seminata con abilità, può disarmare anche i più robusti, portandoli ad accettare compromessi inaccettabili, a rinunciare a principi fondamentali.
Ma un’idea giusta, una convinzione radicata nella coscienza collettiva, possiede una forza intrinseca, una capacità di resistenza che trascende le barriere fisiche e le manipolazioni politiche.
È un seme che germoglia nel terreno arido della disperazione, un faro che illumina il cammino verso la giustizia.
Non può essere arrestata, né soffocata, perché si propaga attraverso il passaparola, si consolida nel dibattito pubblico, si alimenta dalla condivisione e dall’empatia.
La manifestazione di oggi, in questa piazza della Libertà, non è solo un grido di protesta, ma un atto di fede nella possibilità di un futuro diverso, un futuro in cui la dignità umana prevalga sulla sopraffazione, in cui i diritti siano riconosciuti a tutti, senza distinzioni.
Gaza e Palestina sono, in questo momento, simboli di sofferenza e ingiustizia, ma anche di speranza e di resistenza.
Lo sciopero generale, la partecipazione di centinaia di persone, la risonanza delle voci che si levano in questo luogo, sono la dimostrazione che la coscienza civile è viva e che non si arrende di fronte alle difficoltà.
Non dobbiamo cedere alla retorica del disfattismo, né al timore di rappresaglie.
Dobbiamo mantenere alta la nostra voce, perché il silenzio è complice dell’oppressione, mentre la parola, anche se flebile, è un atto di ribellione, un seme di cambiamento.
La libertà non è un dono che ci viene concesso, ma una conquista che va difesa ogni giorno, con coraggio e determinazione.
E la giustizia, come il mare, può sembrare infinita e inafferrabile, ma con la forza della volontà collettiva, possiamo tracciare una rotta verso un orizzonte di pace e di prosperità per tutti.
Non temiamo le tempeste, perché sappiamo che dopo il temporale torna sempre il sole.

