Tim, crisi del customer care: rischio precarietà per 1600 addetti

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La decisione di Tim di cedere il servizio clienti a una nuova entità societaria, caratterizzata da un capitale sociale di modesta entità, solleva interrogativi significativi sia per il futuro dei dipendenti che per la reputazione della stessa operatore di telecomunicazioni.

Telecontact, realtà consolidata nel settore con una storia di oltre vent’anni e attualmente garante di condizioni di lavoro accettabili per circa 1600 addetti in diverse sedi italiane, si trova improvvisamente al centro di una ristrutturazione che ne mette a rischio la stabilità e le garanzie per il personale.
Come precedentemente sottolineato durante il question time alla commissione parlamentare, la scelta di affidare un servizio cruciale come l’assistenza clienti a una società appena nata, con risorse finanziarie limitate, rischia di compromettere la continuità del servizio e, soprattutto, di esporre i lavoratori a una situazione di precarietà.
La memoria della chiusura della sede di Pont-Saint-Martin nel 2023, che ha comportato il trasferimento forzato di 135 lavoratori a Ivrea e Aosta, è ancora vivida e alimenta la preoccupazione per una nuova ondata di riorganizzazioni.
Il deputato Manes ha posto l’accento sulla necessità di un intervento politico tempestivo e proattivo.

La recente manifestazione del 17 novembre ha rappresentato un chiaro segnale di disagio e di richiesta di ascolto da parte dell’azienda.
Il timore è che l’accordo di cessione possa essere formalizzato in tempi brevissimi, privando i lavoratori di ogni possibilità di negoziazione e tutela.
Un’azione istituzionale più incisiva, che vada oltre le dichiarazioni di circostanza, è imperativa.

Particolare attenzione deve essere rivolta alla composizione demografica del personale impiegato nelle sedi di Aosta e Ivrea.

Si tratta, in larga maggioranza, di donne con un’età media elevata, spesso con responsabilità familiari e con una minore propensione a riqualificarsi professionalmente.
La perdita del posto di lavoro, in questi casi, rappresenta un impatto sociale e economico particolarmente grave, con ripercussioni che vanno ben oltre la sfera individuale.

La riassorbibilità di queste risorse umane nel mercato del lavoro è, realisticamente, limitata.

L’episodio solleva una questione più ampia, quella della tendenza, sempre più diffusa, di scaricare i costi delle crisi aziendali e delle ristrutturazioni sulla forza lavoro.

Questo meccanismo, che si manifesta attraverso la creazione di società “veicolo” o la cessione di attività a soggetti terzi con minori obblighi contrattuali e di tutela, erode progressivamente i diritti dei lavoratori, la loro dignità professionale e il tessuto sociale che li sostiene.
È fondamentale contrastare questa prassi, promuovendo un modello di sviluppo che metta al centro il benessere dei lavoratori e la sostenibilità dei posti di lavoro, anziché la mera ottimizzazione dei profitti a breve termine.
La cessione di un servizio strategico come quello di assistenza clienti non può essere una soluzione deficitaria, ma un’opportunità per innovare e migliorare le condizioni di lavoro, garantendo al contempo la continuità del servizio e la tutela dei diritti dei lavoratori.

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