L’Università di Bergamo si configura come un polo di eccellenza nella lotta contro la violenza di genere, affrontando la questione con un approccio innovativo che interseca il diritto, la linguistica e la sociologia.
Il progetto “Linguaggio e violenza di genere nella giurisdizione: un cantiere aperto”, curato dalla Professoressa Anna Lorenzetti, ordinaria di diritto costituzionale e figura chiave nella formazione magistratuale, testimonia questo impegno.
Il documento, pubblicato dall’Osservatorio permanente sull’efficacia delle norme in materia di violenza di genere e domestica del Ministero della Giustizia, è il risultato di un gruppo di lavoro che si è posto un obiettivo ambizioso: ripensare il linguaggio giuridico alla luce delle complessità e delle implicazioni emotive e sociali che caratterizzano i casi di violenza contro le donne.
La professoressa Lorenzetti, chiamata a coordinare il gruppo di lavoro dall’ex Ministra della Giustizia Marta Cartabia, ha compreso l’importanza cruciale di un linguaggio consapevole e attento, capace di evitare la ri-vittimizzazione delle donne e di contribuire a un sistema giudiziario più equo e sensibile.
La necessità di questa riflessione si fa ancora più pressante alla luce delle recenti condanne inflitte all’Italia dalla Corte Europea dei Diritti Umani e dal Comitato CEDAW, come nel caso Scuderoni, che denunciano lacune nella protezione dei diritti delle donne e richiedono un’azione correttiva a tutti i livelli, inclusa la revisione del linguaggio giuridico.
Il documento non è rivolto esclusivamente alla magistratura, ma è concepito come uno strumento di sensibilizzazione accessibile a tutti gli operatori del diritto e alla cittadinanza.
Il fulcro dell’analisi risiede nella comprensione di come la narrazione giuridica, attraverso le scelte lessicali e strutturali, possa perpetuare dinamiche di vittimizzazione secondaria.
L’uso di espressioni intrise di pregiudizi di genere e stereotipi può non solo invalidare l’esperienza della vittima, ma anche ostacolare la ricerca della verità e la costruzione di una giustizia riparativa.
La professoressa Lorenzetti sottolinea come il linguaggio non si limiti a descrivere la realtà, ma contribuisca attivamente a costruirla, plasmandone l’immaginario collettivo.
Questa consapevolezza implica che il diritto giurisprudenziale, per essere veramente al servizio della giustizia, deve liberarsi da condizionamenti culturali e sociali che possono distorcere la percezione dei fatti e pregiudicare il giudizio.
Si tratta di un processo di “de-stereotipizzazione” del linguaggio, che richiede una profonda riflessione critica sulle radici culturali dei pregiudizi e sulla loro influenza sul pensiero giuridico.
Il progetto dell’Università di Bergamo rappresenta quindi un importante contributo alla riforma del sistema giudiziario, promuovendo un approccio più attento e responsabile nell’uso del linguaggio e incentivando una cultura della parità di genere che si traduca in decisioni più giuste ed efficaci.
La sfida è ambiziosa: trasformare il linguaggio giuridico da strumento di riproduzione di stereotipi a veicolo di cambiamento sociale e di tutela dei diritti delle donne.


