L’emersione di registrazioni audio e video relativi alla tragedia di Brandizzo, che ha strappato la giovane Kevin Laganà e altre quattro vite, solleva interrogativi profondi e acuite le tensioni attorno alla gestione della verità e alla ricerca di responsabilità.
Le dichiarazioni del signor Massimo Laganà, padre di Kevin, esprimono un acceso sospetto, indicando la possibilità di un’operazione mirata a depistare l’attenzione e scaricare colpe su soggetti estranei alla dinamica vera.
Questo gesto, la diffusione di immagini e suoni privati, in un momento di così grande dolore e lutto, configura un elemento perturbante che va analizzato con rigore.
La necessità di comprendere le motivazioni che hanno portato a questa pubblicazione è imprescindibile, non solo per garantire il rispetto della privacy delle vittime e dei loro familiari, ma soprattutto per evitare che la verità sia manipolata o offuscata da interessi particolari.
È lecito interrogarsi se dietro questa azione si celino strategie difensive, volte a proteggere l’immagine e la reputazione di una società come le Ferrovie, coinvolta in un evento con implicazioni legali e morali di gravità incalcolabile.
La possibilità che elementi sensibili siano stati deliberatamente diffusi per orientare l’opinione pubblica e influenzare le indagini non può essere esclusa.
La tragedia di Brandizzo, al di là della sua immediatezza emotiva, evidenzia una problematica più ampia riguardante la responsabilità collettiva e la trasparenza nel disastro.
La gestione delle informazioni, in particolare in situazioni di crisi, assume un ruolo cruciale nel processo di elaborazione del lutto e nella ricostruzione della verità.
Un’informazione parziale o manipolata può compromettere la giustizia, perpetuare il dolore e ostacolare la ricerca di risposte concrete.
È fondamentale che le autorità competenti conducano un’indagine approfondita non solo sulle cause dell’incidente, ma anche sull’origine e la finalità della diffusione di questi materiali privati.
La tutela della memoria delle vittime e il diritto dei loro familiari a una verità completa e imparziale devono prevalere su qualsiasi logica di convenienza o di salvaguardia dell’immagine aziendale.
La comunità, nel suo complesso, ha il dovere di vigilare affinché la verità venga a galla, perché solo così si potrà onorare la memoria di chi è scomparso e lavorare per evitare che simili tragedie si ripetano.
L’etica della comunicazione in contesti di lutto e di indagine giudiziaria impone un comportamento improntato al rispetto, alla cautela e alla ricerca della verità, senza prevaricazioni o strumentalizzazioni.







