L’introduzione del principio del consenso libero e informato come elemento costitutivo del reato di violenza sessuale non implica una traslazione dell’onere della prova a carico della presunta vittima.
Questa interpretazione, ampiamente diffusa, si rivela un fraintendimento che rischia di ostacolare l’adozione di misure legislative cruciali per la tutela delle donne.
Come sottolinea il presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia, figura di riferimento nel contrasto alla violenza di genere, la responsabilità di dimostrare l’assenza di un consenso valido e volontario rimane saldamente in capo al pubblico ministero.
La denuncia, pur richiedendo la presunzione di veridicità, non configura un’automatica inversione dell’onere probatorio.
Il dibattito acceso sulla presunta inversione dell’onere della prova, sollevato in passato da esponenti istituzionali, è frutto di una lettura superficiale del diritto processuale penale.
Una simile interpretazione non solo si discosta dai principi fondamentali del sistema giudiziario, ma rischia di erigere un muro davanti a riforme necessarie per affrontare un fenomeno sociale radicato e devastante.
È essenziale comprendere la portata del consenso nel contesto della violenza sessuale.
Non si tratta semplicemente di un’azione positiva, ma di una manifestazione libera, consapevole e informata della volontà di partecipare a un atto sessuale.
L’assenza di un consenso esplicito, ottenuto con pressioni, inganni o coercizione, trasforma l’atto in una violenza, indipendentemente dalla presenza o assenza di segni fisici evidenti.
La difficoltà nel provare l’assenza di un consenso non deve essere un pretesto per mantenere uno status quo che favorisce l’impunità dei colpevoli e perpetua un clima di paura e insicurezza per le donne.
L’approccio legislativo deve mirare a rafforzare la protezione delle vittime, facilitando l’emersione dei traumi e garantendo un percorso di giustizia efficace.
Ciò implica non solo la chiara definizione del consenso come elemento costitutivo del reato, ma anche la formazione specifica di magistrati e forze dell’ordine, la promozione di campagne di sensibilizzazione e l’offerta di supporto psicologico e legale alle donne vittime di violenza.
L’obiettivo non è penalizzare ingiustamente i presunti colpevoli, bensì creare un sistema giuridico che rispetti la dignità delle vittime e contribuisca a prevenire e contrastare efficacemente la violenza di genere.
La discussione non dovrebbe concentrarsi su presunte inversioni di oneri della prova, ma sull’effettiva capacità del sistema giudiziario di tutelare le donne e garantire loro una vita libera da paura e violenza.

