L’Umbria, come il resto d’Italia, si confronta con una crisi profonda nel suo sistema penitenziario, una spaccatura etica e giuridica che rischia di compromettere i principi fondamentali della Costituzione.
Il Garante dei detenuti, Giuseppe Caforio, solleva con urgenza un problema divenuto ormai intollerabile: la presenza ingiustificata di individui con certificazioni mediche comprovanti l’incompatibilità con il regime carcerario, costretti a permanere in strutture che ne aggravano le condizioni, configurando potenzialmente un reato e, senza dubbio, un trattamento inumano.
La situazione umbra riflette una realtà nazionale più ampia, segnata da sovraffollamento cronico e da una concentrazione eccessiva di detenuti con problematiche psichiatriche, in particolare a Terni e Spoleto, con ricadute anche a Perugia e Orvieto.
I tragici eventi del 12 dicembre, con cinque decessi – quattro suicidi e un decesso conseguente a percosse pregresse – fungono da monito sconvolgente, una fotografia brutale di un sistema al collasso.
La gravità della questione è stata ulteriormente amplificata dall’attenzione del Papa, che, nel contesto del Giubileo dei detenuti, ha invitato la comunità italiana a una riflessione urgente e profonda sulla condizione carceraria, ricordando come la civiltà di una nazione si misuri anche con la cura del proprio sistema penitenziario.
Le soluzioni finora proposte, come l’espansione fisica delle strutture carcerarie, ad esempio con la costruzione di nuovi padiglioni a Perugia Capanne, si rivelano insufficienti e meri palliativi di fronte alla complessità del problema.
L’assunzione di nuovo personale, seppur necessaria, non riesce a compensare il dilagante fenomeno dei pensionamenti e l’aggravarsi delle carenze strutturali.
È imperativo, dunque, considerare percorsi alternativi alla detenzione, in particolare per soggetti a basso rischio sociale che hanno già scontato gran parte della pena e per i numerosi tossicodipendenti privi di adeguata assistenza sanitaria e psicologica.
L’impiego di comunità terapeutiche, realtà in espansione che offrono un modello di accoglienza e riabilitazione, rappresenta una risorsa preziosa da integrare nel sistema.
L’amnistia, in casi specifici, potrebbe costituire una soluzione praticabile per ridurre il carico delle carceri e offrire una seconda possibilità a detenuti meritevoli.
La drammaticità della situazione impone un intervento immediato e straordinario, un atto di indirizzo governativo urgente, un decreto legge che permetta di bypassare i tempi lunghi e complessi della legislazione ordinaria.
L’emergenza carceraria, testimoniata dai tragici eventi del 12 dicembre, giustifica pienamente l’applicazione di strumenti legislativi che consentano di affrontare la crisi con tempestività ed efficacia.
L’appello del Garante si unisce a un coro crescente di voci, provenienti da ogni ambito politico, religioso e sociale, che invocano un cambiamento radicale del sistema penitenziario.
È auspicabile che questo appello si concretizzi in un atto governativo entro la fine dell’anno, un segnale tangibile di civiltà per il Paese, volto a trovare soluzioni concrete e immediate per una svolta decisiva.
L’urgente necessità è quella di trasformare l’attenzione e la commozione in azioni concrete, per evitare che la tragedia si ripeta e per restituire dignità e speranza a chi si trova intrappolato in un sistema penitenziario al collasso.






