La vicenda, recentemente giunta all’attenzione del Tribunale di Bari, solleva interrogativi profondi sul corretto funzionamento del sistema giudiziario e sulla tutela dei diritti fondamentali dell’individuo.
Un uomo di 48 anni, con precedenti penali, si è trovato ingiustamente privato della libertà personale a seguito di un errore procedurale che lo ha visto detenere, seppur temporaneamente, per aver apparentemente commesso un reato già estinto.
La storia ha origine nel febbraio 2017, quando l’uomo è stato colto in flagranza di reato durante un’operazione volta a contrastare la microcriminalità: la cessione di due dosi di cocaina, per un valore di 50 euro, lo ha condotto a una prima condanna, emessa a seguito di un rito processuale accelerato (direttissima), che lo ha visto dichiarato colpevole di reato e condannato a una pena di otto mesi di reclusione e una sanzione pecuniaria di 1.400 euro.
Questa sentenza, dopo un percorso giudiziario ordinario, è divenuta definitiva nel settembre del 2018.
Tuttavia, la vicenda non si è conclusa qui.
Anni dopo, nel marzo del 2022, si è verificato un secondo processo, celebrato con rito ordinario, che ha portato ad una nuova condanna, questa volta a 16 mesi di reclusione e una multa di 2.000 euro.
La sentenza definitiva in questa seconda causa, acquisita solo nel settembre del 2024, ha dato il via a un’esecuzione penale che si è rivelata errata.
L’errore è emerso solo a seguito di un’accurata verifica da parte del nuovo difensore, l’avvocato Rubio Di Ronzo, il quale ha rilevato la sovrapposizione dei capi d’accusa e la violazione del principio cardine del *ne bis in idem*, un principio giuridico fondamentale che impedisce di sottoporre una persona alla stessa pena per lo stesso reato.
Questo principio, sancito sia a livello nazionale che internazionale, è un baluardo contro l’arbitrio e garantisce la proporzionalità della pena.
L’incidente di esecuzione, un procedimento volto a correggere errori nell’esecuzione delle pene, è stato quindi portato dinanzi al Tribunale di Bari, dove l’avvocato Di Ronzo ha formalmente richiesto la revoca della seconda condanna, argomentando la sua infondatezza alla luce del principio del *ne bis in idem*.
Il giudice, valutando attentamente la situazione e le argomentazioni presentate, ha accolto la richiesta, riconoscendo l’erroneità dell’esecuzione penale in atto.
La decisione del Tribunale rappresenta un importante esempio di come il sistema giudiziario, pur con le sue imperfezioni, sia in grado di correggere i propri errori e di tutelare i diritti dei cittadini.
La vicenda, tuttavia, evidenzia la necessità di maggiore attenzione e rigore nei controlli incrociati dei fascicoli giudiziari, per evitare che simili situazioni si ripetano.
L’uomo, ingiustamente detenuto agli arresti domiciliari per cinque mesi, è stato ora liberato, segnando la conclusione, seppur tardiva, di un capitolo doloroso per lui e la sua famiglia.
La vicenda pone inoltre interrogativi cruciali sull’importanza della formazione continua degli operatori del diritto e sull’adozione di strumenti informatici più efficienti per la gestione dei dati giudiziari.






