Fellegara 1945: la voce di Adalgisa, testimonianza di un eccidio.

L’eco dei colpi di fucile, martellanti e sinistri, squarciava la quiete di quella notte di gennaio 1945.
Adalgisa Gambarelli, tredicenne all’epoca, ricorda ancora la sensazione di terrore, amplificata dalla fitta nevicata che avvolgeva il piccolo paese di Fellegara, frazione di Scandiano.

Quel suono, un ritmo ossessivo di violenza, annunciava l’arrivo di un commando fascista, in cerca di giovani da prelevare, strappandoli alla sicurezza delle loro case.
La testimonianza inedita di Adalgisa, ora riemersa grazie alla rassegna “Generazioni (R)esistenti”, offre una prospettiva intima e straziante di un evento tragico, un eccidio che segnò profondamente la comunità reggiana.

L’audio della sua voce, destinato a risuonare durante la cerimonia commemorativa, precedendo il suggestivo “Ballo del Partigiano”, restituisce alla collettività un racconto diretto, filtrato dalla memoria fragile di una giovane ragazza costretta a confrontarsi con l’orrore.

Adalgisa descrive un’atmosfera di crescente apprensione, l’attesa angosciante mentre i vicini, spaventati, aprivano le porte ai militanti del regime, indicando le abitazioni dei ragazzi ricercati.

Ricorda il dettaglio del rosario recitato dalla zia, un tentativo disperato di trovare conforto e una risposta al terrore imminente, un eco di speranza in un paesaggio di crescente oscurità.

Nemo Gambarelli, il fratello di Adalgisa, aveva vent’anni, era soldato in congedo, destinato a rientrare in montagna per unirsi alla 76/a Brigata SAP partigiana, insieme a Renato Nironi, Roberto Colli e Mario Montanari, le altre vittime innocenti di quell’aggressione brutale.

La sua licenza militare era stata una tregua temporanea, una possibilità di stare con la madre, un addio commovente prima del ritorno nella Resistenza.
Il sequestro fu seguito da una spirale di violenza.
I giovani furono traslati nella bottega del paese, dove subirono torture inaudite.

Il rumore degli spari, lontano ma penetrante, generò un’ondata di paura e di sottomissione, un tentativo di intimidazione volto a piegare la popolazione.
La fragile speranza che i ragazzi fossero ancora vivi si infranse contro la realtà cruenta scoperta: i corpi giacevano senza vita vicino al ponte, sul cammino che conduceva alla villa di un locale proprietario, un macabro messaggio di dominio e repressione.
La testimonianza di Adalgisa, più di un semplice resoconto di eventi, è un monito contro l’oblio, un invito a custodire la memoria di chi ha combattuto per la libertà, a non dimenticare le vittime dell’ingiustizia e della guerra, a perpetuare un impegno costante per la difesa dei valori di democrazia e di giustizia sociale.
È la voce di una generazione che ha visto la guerra da vicino, che ha conosciuto la paura e la perdita, ma che non ha perso la speranza in un futuro migliore.

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