La pianificazione per la governance di Gaza, erede di accordi controversi e aspirazioni di stabilità regionale, entra in una nuova, delicata fase.
Un gruppo di quindici figure palestinesi, selezionate con criteri ancora in divenire, è stato identificato per costituire il nucleo di un comitato tecnico incaricato di gestire gli affari correnti nella Striscia.
Questa nomina, avvenuta in Egitto, segna l’avvio di una seconda fase di un piano di Pace che porta il nome di Donald Trump, un’iniziativa che solleva interrogativi complessi e alimenta un dibattito internazionale acceso.
Il progetto, articolato in venti punti, prevede un periodo transitorio in cui l’amministrazione di Gaza sarà affidata al Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza (Ncag).
Questo organismo palestinese opererebbe sotto la vigilanza di un “Board of Peace”, un ente potenzialmente di importanza cruciale il cui ruolo è ancora oggetto di definizione e la cui presidenza, simbolicamente e praticamente, è stata conferita a Donald Trump.
L’istituzione del “Board of Peace” è prevista per la prossima settimana, con un incontro di presentazione che potrebbe svolgersi durante i lavori del World Economic Forum di Davos.
La composizione di questo organo, a giudicare dalle indiscrezioni, ambisce a una rappresentatività internazionale di alto profilo.
Si vocifera la partecipazione di leader politici chiave provenienti da Europa e da altre aree strategiche del mondo, tra cui, con un gesto che ne sottolinea la rilevanza politica, anche Giorgia Meloni.
La struttura del piano, sebbene formalmente presentato come un percorso verso la pace, è intrinsecamente legata a dinamiche geopolitiche complesse e a interessi divergenti.
L’affidamento a Trump, figura controversa e spesso associata a posizioni intransigenti, solleva interrogativi sull’effettiva capacità del piano di favorire una riconciliazione duratura e di rispondere alle esigenze primarie della popolazione di Gaza.
Oltre alla composizione del Board of Peace, la fattibilità del piano dipende da una serie di fattori cruciali: l’accettazione da parte delle principali fazioni palestinesi, l’approvazione e il sostegno della comunità internazionale, e soprattutto la risoluzione delle profonde cause del conflitto israelo-palestinese.
La transizione politica in Gaza, in definitiva, si configura come una sfida ardua, intrisa di potenziali insidie e che richiede una gestione diplomatica estremamente abile per evitare di perpetuare un ciclo di violenza e instabilità.
L’impegno, l’imparzialità e la capacità di ascolto, piuttosto che l’imposizione di soluzioni preconfezionate, apparirebbero come elementi imprescindibili per il successo di questa delicata operazione.







