Hannoun: Riesame sul caso, tra accuse, diritti e cooperazione giudiziaria

La vicenda di Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, si configura come un complesso nodo giuridico e politico, ora al vaglio del Riesame.

L’arresto, avvenuto a fine dicembre con l’accusa di finanziamento a Hamas, ha innescato una spirale di restrizioni e sollevato interrogativi cruciali sulla validità delle prove e sui diritti fondamentali dell’imputato.
La difesa, affidata agli avvocati Emanuele Tambuscio e Fabio Sommovigo, sta preparando un ricorso che mira a ottenere la liberazione di Hannoun e degli altri cinque individui coinvolti nell’inchiesta.

La situazione è resa ancora più delicata dalle misure restrittive imposte: il divieto di colloquio con i familiari, motivato dalla loro condizione di persone indagate e dalle esigenze investigative, e il diniego di accesso al Corano, un diritto spirituale fondamentale, adducendo presunte incompatibilità regolamentari.

Durante l’interrogatorio di convalida, Hannoun ha esercitato il diritto al silenzio, ma ha rilasciato dichiarazioni spontanee, rivendicando un’attività di raccolta fondi a scopo benefico a favore della popolazione palestinese, estesa a Gaza, Cisgiordania e nei campi profughi, attività che, a suo dire, prosegue dal decennio anni Novanta.
Ha negato qualsiasi finanziamento diretto o indiretto a Hamas, descrivendo nel dettaglio i meccanismi di raccolta e distribuzione delle risorse, sottolineando i cambiamenti operati dopo il 7 ottobre.
Un punto centrale della disputa legale ruota attorno alla natura e all’ammissibilità dei documenti forniti dalle autorità israeliane, utilizzati dalla Procura genovese per sostenere che le organizzazioni beneficiarie dei fondi siano in realtà controllate da Hamas.

Questi documenti, presentati come “raccolti sul campo di battaglia”, sollevano dubbi significativi sulla loro autenticità, sulla garanzia del contraddittorio e sulla loro conformità ai principi del giusto processo.
La difesa contesta che si tratti di informative prodotte da una polizia estera, e non da un’autorità giudiziaria italiana, mettendo in discussione la loro validità probatoria.

L’inchiesta, dunque, apre una riflessione più ampia sui limiti della cooperazione giudiziaria internazionale, sulla necessità di tutelare i diritti degli imputati anche in contesti geopolitici complessi e sulla difficoltà di conciliare la lotta al terrorismo con il rispetto dei principi fondamentali dello stato di diritto.
Il Riesame dovrà valutare attentamente la fondatezza delle accuse e la conformità delle prove alla legge, al fine di garantire un processo equo e trasparente per Mohammed Hannoun e per tutti gli altri coinvolti.

La vicenda, lungi dall’essere un caso isolato, pone interrogativi cruciali sull’equilibrio tra sicurezza nazionale e tutela dei diritti individuali, in un’epoca segnata da crescenti tensioni globali.

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