La vicenda dell’inceneritore di Santa Palomba solleva interrogativi profondi e persistenti riguardanti la trasparenza, la legittimità e la sostenibilità delle scelte politiche ed economiche che ne hanno permesso l’approvazione.
La situazione è intrinsecamente compromessa da un conflitto di interessi strutturale, che mina la fiducia dei cittadini e rischia di compromettere la corretta gestione dei rifiuti nella regione.
Il nodo cruciale risiede nel ruolo ibrido ricoperto dal sindaco di Roma, figura centrale nell’attuazione del progetto, e contemporaneamente investito del ruolo di Commissario Straordinario, con l’autorità di rilasciare le necessarie autorizzazioni.
Questa sovrapposizione di funzioni crea una situazione paradossale, dove l’esecutivo si trova a giudicare se stesso, configurando una violazione dei principi fondamentali di imparzialità e separazione dei poteri che dovrebbero governare i processi decisionali pubblici.
Non è questa la prassi consolidata per la valutazione di opere di tale portata e impatto.
L’obsolescenza tecnologica dell’incenerimento come metodo primario di smaltimento dei rifiuti rappresenta un ulteriore elemento critico.
La tendenza globale e le politiche comunitarie spingono verso l’economia circolare, promuovendo la riduzione, il riuso, il riciclo e il recupero di materiali.
L’incenerimento, al contrario, risulta un approccio lineare e inefficiente, che spreca risorse preziose e contribuisce all’inquinamento ambientale.
La vocazione del territorio romano, e del Lazio intero, non può essere quella di un polo di smaltimento, ma di un modello virtuoso di gestione sostenibile.
Le conseguenze ambientali e sanitarie per la popolazione residente nel territorio interessato sono un motivo di profonda preoccupazione.
L’impatto potenziale sulla qualità dell’aria, sull’acqua e sulla salute dei cittadini non può essere ignorato né minimizzato.
La resistenza popolare, manifestata con fermezza e coerenza, testimonia la diffusa consapevolezza dei rischi connessi all’impianto.
La decisione di destinare il territorio laziale a un hub per l’incenerimento dei rifiuti provenienti da altre regioni centrali italiane, come denunciato, compromette l’autonomia regionale e frena l’adozione di strategie innovative per la gestione dei rifiuti, allineando il Lazio a modelli superati e dannosi per l’ambiente e per la salute pubblica.
Si crea, in definitiva, una dipendenza da un sistema inefficiente e inquinante, allontanando la regione dalla transizione verso un’economia realmente circolare e dalla costruzione di un futuro più sostenibile.
La questione solleva interrogativi fondamentali sulla governance del territorio e sulla responsabilità politica nei confronti delle generazioni future.








