La vicenda che coinvolge una giovane infermiera di una clinica ravennate solleva interrogativi profondi sulla sicurezza dei protocolli sanitari e sulla responsabilità professionale, culminando in una richiesta di rinvio a giudizio per omicidio colposo aggravato.
La tragedia, verificatasi a Ravenna nel gennaio 2023, ha visto la perdita di una paziente nonaenne, ricoverata per preesistenti patologie, a seguito di un errore nella somministrazione di farmaci.
Secondo le indagini condotte dalla Procura della Repubblica, la paziente avrebbe ricevuto, per errore, un cerotto transdermico contenente Fentanyl, un potente analgesico oppioide, al posto di quello correttamente prescritto.
La discrepanza, apparentemente banale, ha innescato una reazione fatale, portando ad un rapido deterioramento delle condizioni della donna, culminato in una crisi respiratoria irreversibile e, infine, al decesso, avvenuto poche ore dopo l’applicazione del farmaco errato.
L’autopsia ha confermato che la quantità di Fentanyl somministrata era sufficiente a causare la morte.
L’aspetto particolarmente inquietante emerso dalle indagini è che il cerotto contenente Fentanyl era destinato ad un’altra paziente, deceduta soltanto due giorni prima del ricovero della donna novantenne.
Questa circostanza suggerisce una potenziale confusione o un errore nella gestione dei farmaci all’interno della clinica, mettendo in discussione l’organizzazione dei magazzini e le procedure di verifica preventiva.
La richiesta di rinvio a giudizio per l’infermiera, una giovane professionista di 26 anni, sottolinea la gravità delle conseguenze di un errore medico, anche quando non sussistano intenzioni dolose.
Il caso pone l’accento sulla necessità di rafforzare i sistemi di controllo e di garanzia della sicurezza del paziente, implementando, ad esempio, sistemi di doppia verifica dei farmaci prima della somministrazione e promuovendo una cultura della segnalazione degli errori, senza timore di ritorsioni.
Durante l’udienza preliminare, presieduta dal Giudice per le Indagini Preliminari Andrea Galanti, la difesa dell’infermiera, rappresentata dall’avvocato Marco Capucci, ha adoperato la strategia di far comparire in udienza l’assicurazione della clinica, nel tentativo di valutare la responsabilità civile della struttura stessa.
Parallelamente, l’avvocato Carlo Benini, che rappresenta i familiari della defunta, ha citato in giudizio il responsabile civile della clinica, perseguendo la strada della richiesta di risarcimento danni.
La vicenda, quindi, si configura non solo come un dramma umano, ma anche come un complesso caso legale, destinato a sollevare importanti questioni relative alla responsabilità medica, alla sicurezza del paziente e alla gestione dei farmaci in ambito sanitario.

