La voce dei lavoratori portuali si erge come un monito, un rifiuto categorico di partecipare a dinamiche che vedono la forza lavoro trasformata in servitore di interessi bellici e di un ordine globale precario.
Non è solo una questione di rifiuto del lavoro diretto a supporto di operazioni militari, ma una presa di posizione radicale contro la privatizzazione delle infrastrutture strategiche, come i porti, che ne compromette la funzione di bene comune e le trasforma in asset speculativi a disposizione di potenze e multinazionali.
Il Coordinamento nazionale dei lavoratori portuali – Unione Sindacale di Base, con la sua assemblea nazionale a Genova, segnala un momento critico: quello in cui l’imperialismo, nell’aggressione spietata contro le nazioni, erode i principi del diritto internazionale, legalizzando de facto la depredazione delle risorse naturali e subordinando gli eserciti alle mire espansionistiche di colossi economici.
In questo scenario, la forza lavoro, collettivamente organizzata e consapevole, si presenta come l’elemento capace di interrompere la catena di eventi che conducono alla guerra, un ingranaggio mortale da fermare con urgenza.
La guerra non è un evento distante, confinato a zone di conflitto lontane; essa permea la nostra esistenza, influenzando le scelte politiche, economiche e sociali.
La sua ombra si allunga su ogni aspetto della vita quotidiana, minacciando la stabilità e la prosperità.
La globalizzazione, lungi dall’essere un motore di progresso e di avvicinamento tra i popoli, si è rivelata spesso uno strumento di dominio e di sfruttamento, alimentando disuguaglianze e tensioni che sfociano in conflitti armati.
La risposta a questa deriva non può essere passiva o fatalista.
La solidarietà internazionale, la costruzione di reti di collaborazione tra i lavoratori di tutto il mondo, la promozione di un’etica basata sulla pace e sulla giustizia sociale rappresentano le leve per invertire la rotta.
È necessario un cambiamento profondo di paradigma, che ponga al centro la dignità umana e il rispetto per l’ambiente, relegando in secondo piano la logica del profitto e del potere.
La sfida è ardua, ma la speranza risiede nella capacità di riappropriarsi del nostro futuro, rifiutando di essere complici di una guerra che non vogliamo.
La voce dei lavoratori portuali è un appello a questa responsabilità condivisa, un invito all’azione per un mondo più giusto e pacifico.







