Il caso solleva interrogativi profondi sulla proporzionalità delle sanzioni disciplinari e sulla tutela del lavoratore, culminando in una sentenza del Tribunale di Brescia che ha condannato un’azienda a erogare un significativo risarcimento di diciotto mensilità a un dipendente licenziato.
La vicenda, protrattasi a partire da giugno 2024, ruota attorno a un episodio apparentemente marginale: la mancata restituzione di 1,60 euro, resti di un acquisto di caffè erogato da un distributore automatico aziendale.
La sequenza degli eventi, come ricostruita in sede giudiziale, evidenzia una catena di interpretazioni e reazioni che hanno portato a un escalation sproporzionata.
Il dipendente, non avendo ricevuto il resto al momento dell’acquisto, recuperò le monete in un momento successivo, durante un intervento di manutenzione.
L’atto, sebbene motivato dalla volontà di recuperare un bene aziendale, innescò una discussione con un collega e, successivamente, una segnalazione al responsabile delle risorse umane.
L’azienda, in un contesto spesso caratterizzato da rigidità e burocrazia, interpretò l’azione come un’appropriazione indebita, aggravata da presunte minacce rivolte al collega coinvolto.
Nonostante la successiva restituzione spontanea del denaro da parte del lavoratore, l’azienda optò per il licenziamento per giusta causa, accusandolo di condotta illecita e comportamento intimidatorio.
La sentenza del giudice Natalia Pala, con acume e sensibilità, ha smontato le accuse mosse al dipendente.
La contestazione relativa alle presunte minacce è stata definita “generica” e priva di fondamento concreto, mentre la testimonianza di un collega, pur ammettendo un atteggiamento “sgarbato” da parte del lavoratore, ha escluso la sussistenza di minacce vere e proprie.
Il Tribunale ha inoltre sottolineato l’assenza di elementi che possano dimostrare un danno effettivo per l’azienda derivante dall’azione del dipendente.
L’incertezza sull’effettivo consenso del tecnico per il recupero del denaro ha ulteriormente screditato l’accusa di appropriazione indebita.
Questa decisione non si limita a risolvere una controversia lavorativa; essa rappresenta un monito per le aziende, invitandole a ponderare attentamente la proporzionalità delle sanzioni disciplinari e a considerare il contesto complessivo delle azioni dei dipendenti.
La tutela della dignità del lavoratore, la valutazione delle circostanze attenuanti e l’evitare interpretazioni eccessivamente rigide sono principi fondamentali che devono guidare le decisioni aziendali.
Il risarcimento di diciotto mensilità, accettato dal lavoratore in luogo della reintegrazione, testimonia la gravità del danno subito e sottolinea l’importanza di un approccio più umano e comprensivo nella gestione delle relazioni di lavoro.
Il caso evidenzia, infine, come anche una situazione apparentemente banale possa trasformarsi in una vicenda complessa e costosa se non gestita con equilibrio e spirito di mediazione.


