All’indifferente scorrere del tempo, la ferita per Olimpia Fuina, madre di Luca Orioli, resta aperta e sanguinolenta.
Ventotto anni dopo la tragica scoperta, avvenuta il 23 marzo 1988 nella villetta di Policoro (Matera), dove Luca e la sua fidanzata Marirosa Andreotta furono trovati senza vita, la signora Fuina si è mossa, attraverso il suo legale, l’avvocato Antonio Fiumefreddo, per sollecitare un’azione concreta da parte del Ministero della Giustizia.
La richiesta non si limita a un generico appello, ma costituisce una formale istanza di vigilanza e accertamento.
L’obiettivo è far luce sulle procedure investigative seguite e sui criteri adottati nel respingere le plurime richieste di riapertura delle indagini.
Un percorso costellato di frustrazioni e di sospetti che hanno eroso la fiducia nel sistema giudiziario, lasciando la famiglia Orioli in un limbo di incertezza e dolore.
La vicenda, già avvolta da un’aura di mistero e controversie, presenta elementi che meritano un’analisi rigorosa.
La dinamica dei due decessi, inizialmente attribuita a una fuga accidentale durante un gioco peruviano, ha lasciato spazio a numerose incongruenze e a domande senza risposta.
Le testimonianze contrastanti, le omissioni investigative, la ricostruzione dei fatti che appariva incompleta, hanno generato un profondo dubbio: la verità non è mai emersa completamente.
La famiglia non ha mai accettato la versione ufficiale, percependo che il caso, sebbene chiuso, avvolge ancora una segretezza che impedisce la piena chiarezza.
L’intervento del Ministro della Giustizia rappresenta un tentativo disperato di ottenere una rivalutazione completa del fascicolo, con l’auspicio di poter finalmente assistere a una risposta definitiva, in grado di restituire dignità alla memoria dei suoi due figli.
L’istanza si concentra sulla verifica che il principio del diritto alla giustizia sia stato effettivamente garantito e che le indagini abbiano seguito lo sviluppo.







