La vicenda di Marco, un ragazzino catanese di dodici anni, rappresenta un campanello d’allarme cruciale nel sistema di tutela dei minori coinvolti in contesti familiari complesse.
In queste ore, la sua esistenza è appesa a un bilico istituzionale, con il rischio imminente di una separazione forzata dalla madre, figura di riferimento primaria per il suo sviluppo emotivo e affettivo.
L’Autorità Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha sollevato una questione di primaria importanza, evidenziando come una decisione giudiziaria possa ignorare, con conseguenze potenzialmente devastanti, la voce e il benessere di un bambino.
La Corte d’Appello, nel disporre la collocazione di Marco presso il padre per i prossimi tre mesi, ha manifestato una lacuna interpretativa nell’applicazione del principio del “superiore interesse del minore”.
Questo principio, cardine del diritto di famiglia, impone la priorità assoluta del benessere psicofisico del bambino in ogni decisione che lo riguarda.
Marco, attraverso espressioni di profonda angoscia – affermazioni disperate come “Non voglio svegliarmi più” e minacce autolesive – ha manifestato un rifiuto categorico a questa decisione, un grido d’aiuto che non può essere silenziato.
Non si tratta di una situazione inedita.
Già un anno prima, Marco era stato collocato con il padre, con l’ausilio delle forze dell’ordine, per poi fuggire, disperato, dalla scuola, raggiungendo il centro di Catania e implorando l’intervento della polizia per essere riaccompagnato dalla madre.
Questo episodio, a testimonianza della sua profonda sofferenza, rivela un quadro di fragilità emotiva che non può essere trascurato.
La Garante Terragni sottolinea con forza come il recente cambio di opinione della Corte d’Appello, che ha ripreso l’esecuzione del provvedimento nonostante le preoccupazioni relative al suo stato psicologico, rappresenti una grave omissione.
La decisione di sospendere temporaneamente l’esecuzione e poi revocarla evidenzia una mancanza di sensibilità verso le esigenze specifiche del minore, mettendo a rischio il suo equilibrio emotivo e la sua salute mentale.
La vicenda di Marco ci ricorda che, anche in situazioni di conflitti genitoriali, la voce del bambino deve essere ascoltata e valorizzata.
La sua volontà non è un mero capriccio, ma un indicatore prezioso del suo benessere psicologico e della sua percezione della realtà familiare.
Come nel caso della bambina di Roma a Monteverde, è imperativo che Marco sia sottoposto a una valutazione neuropsichiatrica urgente, per comprendere a fondo le cause della sua sofferenza e adottare misure di supporto adeguate.
Si tratta di una responsabilità collettiva, che coinvolge magistrati, operatori sociali e l’intera comunità, per garantire che ogni minore possa crescere in un ambiente sicuro, affettuoso e protettivo, dove la sua voce sia ascoltata e il suo diritto alla salute sia effettivamente tutelato.
La sua storia è un monito per un sistema giudiziario che deve evolvere, mettendo al centro l’effettivo benessere del minore, e non solo la rigidità delle procedure.

