Maurizio Di Stefano: Un Antiracket Abbandonato dallo Stato

La vicenda di Maurizio Di Stefano, un uomo segnato da anni di lotta alla criminalità organizzata, si rivela un amaro paradigma delle contraddizioni che spesso affliggono il sistema di tutela delle vittime di racket e estorsione.

Ex libraio catanese, costretto a chiudere la sua attività a causa delle reiterate e intimidatorie richieste estorsive della mafia, Di Stefano incarnava la resilienza e la volontà di ricostruire una vita onesta, rifacendosi in Emilia Romagna.

A Bologna, aveva trovato un nuovo inizio con “Liccu”, un ristorante che offriva i sapori autentici della sua Sicilia, conquistando il favore della clientela e generando un effimero senso di speranza.
Il sostegno economico ricevuto dal fondo di solidarietà per le vittime di usura e estorsione, una somma di circa 150.000 euro, si era rivelato una zavorra inaspettata, un’ironia crudele che ne ha segnato la fine.
La pretesa dello Stato di recuperare quella somma, una volta investita e ormai integrata nel tessuto economico della sua nuova attività, rappresenta una ferita profonda, un tradimento che lo ha spinto ad una dolorosa resa.
La revoca del beneficio economico, motivata da una tecnicalità giuridica quanto mai paradossale, sottolinea le fragilità del sistema.

I procedimenti penali nati dalle sue denunce in Sicilia sono andati avanti solo per il reato di usura aggravata, lasciando in sospeso le accuse di estorsione.
Questa sottile distinzione, apparentemente burocratica, ha determinato la perdita dei presupposti necessari per l’accesso al fondo antiracket, condannando Di Stefano a una battaglia persa in partenza.

La sua storia non è semplicemente un caso isolato, ma un campanello d’allarme sul funzionamento delle istituzioni e sulla loro capacità di proteggere chi ha il coraggio di denunciare la criminalità.

È la storia di un uomo che ha combattuto per la legalità, che ha creduto nella possibilità di ricostruire una vita dopo il trauma, per poi essere abbandonato e penalizzato da un sistema che si rivela inefficace e contraddittorio.

La sua disperazione, espressa con amarezza e rassegnazione, è un grido di denuncia contro un’ingiustizia che lo ha privato di tutto, lasciandolo solo con il peso di una delusione profonda.
La decisione di vendere l’attività per saldare il debito con l’Agenzia delle Entrate non è un atto di sconfitta, ma un gesto di dignità, un rifiuto di essere etichettato come un criminale, un “lestofante”, nonostante la sua strenua difesa della legalità.

La sua vicenda evidenzia, infine, una grave carenza di supporto concreto da parte delle istituzioni che avevano inizialmente promesso assistenza, lasciandolo solo ad affrontare questa battaglia surreale e demoralizzante.

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