Un’operazione di ampio respiro, orchestrata dalla Direzione Investigativa Antimafia (DIA) di Genova, in sinergia con la Direzione Distrettuale Antimafia ligure e la polizia penitenziaria, ha visto il coinvolgimento di numerose case detentive sparse su tutto il territorio nazionale.
Le perquisizioni, estese a istituti penitenziari di Fossano, Ivrea, Alessandria, Cuneo, Tolmezzo, Chiavari, La Spezia, Parma, San Gimignano, Lanciano, Rossano e Santa Maria Capua Vetere, mirano a svelare un sofisticato sistema di comunicazione clandestina all’interno di ambienti carcerari ad alta sicurezza.
L’indagine, condotta sotto la direzione del procuratore aggiunto Federico Manotti, ha portato alla luce una rete complessa di connessioni illecite, attraverso le quali detenuti affiliati a organizzazioni criminali, in particolare alla ‘ndrangheta, riuscivano a mantenere contatti diretti con soggetti in libertà o ristretti in altre strutture carcerarie.
Il cuore del sistema ruota attorno all’introduzione e all’utilizzo di dispositivi mobili, smartphones e schede SIM, utilizzati per orchestrare attività illecite e consolidare il potere delle cosche.
L’operazione ha permesso di intercettare e analizzare oltre 150 telefoni cellulari e 115 schede SIM, elementi cruciali per ricostruire la fitta trama di comunicazioni segrete.
I dispositivi, spesso di dimensioni ridotte per eludere i controlli, venivano equipaggiati con schede SIM attivate tramite negozi di telefonia compromessi, situate nel cuore di Genova, intestatarie a identità fittizie o ignari cittadini stranieri, sfruttando così la vulnerabilità del sistema identificativo.
La modalità di introduzione dei dispositivi era altrettanto elaborata: pacchi spediti per posta o consegnati durante le visite dei familiari, alcuni dei quali sono ora anch’essi oggetto di indagine per complicità.
Questo dimostra come la rete criminale avesse infiltrato diversi livelli, coinvolgendo anche persone vicine ai detenuti.
La collaborazione con la polizia penitenziaria dell’istituto di Marassi si è rivelata fondamentale per il successo dell’indagine.
L’analisi approfondita del traffico telefonico e telematico dei dispositivi sequestrati ha fornito elementi concreti e inconfutabili per rafforzare il quadro indiziario, delineando un sistema di “ambasciate” carcerarie che consentiva il flusso di informazioni vitali per la prosecuzione delle attività delle organizzazioni mafiose, un fenomeno che mina profondamente la sicurezza dello Stato e l’efficacia del sistema penitenziario.
L’indagine solleva interrogativi cruciali sull’efficacia dei controlli di sicurezza nelle carceri e sulla necessità di implementare misure più stringenti per contrastare l’uso di tecnologie illegali da parte dei detenuti.


