La cupa eco di una guerra per il controllo del territorio risuona nel tribunale di Napoli, con la richiesta di pene detentive complessive che superano i trecento anni e sanzioni pecuniarie di oltre duecentomila euro.
La richiesta, avanzata dal procuratore aggiunto Henry John Woodcock nel corso del processo in abbreviato, coinvolge ventidue individui considerati membri delle ramificate organizzazioni criminali Ferretti e Cipolletta, operanti a Pomigliano d’Arco.
L’indagine, culminata con l’emissione di ventisette provvedimenti cautelari – ventitré in carcere e quattro agli arresti domiciliari – ha svelato un intricato sistema di intimidazioni, violenze e traffici illeciti che affliggevano la comunità locale.
Il collaboratore di giustizia Salvatore Ferretti ha offerto una narrazione dettagliata e cruenta delle dinamiche interne ai clan, offrendo uno sguardo senza precedenti nelle strategie e nelle logiche che sottendono la loro attività.
L’inchiesta, condotta con scrupolosa meticolosità dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo Castello di Cisterna, ha ricostruito una spirale di crimini che abbraccia una vasta gamma di reati, tutti aggravati dall’applicazione del “metodo mafioso”, elemento distintivo che amplifica la gravità delle azioni e le rende perseguibili con le più severe sanzioni previste dalla legge.
Oltre all’associazione di tipo mafioso, che rappresenta il nucleo centrale dell’organizzazione criminale, l’accusa contesta ai presunti affiliati una serie di reati che dipingono un quadro allarmante di illegalità diffusa.
Le estorsioni, tentate e consumate, testimoniano il potere coercitivo esercitato sui commercianti e sui cittadini onesti, mentre la detenzione e il porto illegale di armi da fuoco rendono evidente la volontà di imporre il dominio con la forza.
L’elenco dei capi d’imputazione si arricchisce di atti intimidatori commessi con l’uso di armi, danneggiamenti a fuoco, tentativi di omicidio, traffico illecito di sostanze stupefacenti e ricettazione di beni derivanti da furti.
Particolarmente inquietante emerge il ruolo dei detenuti, capaci di orchestrare attività criminali dall’interno delle carceri attraverso l’accesso non autorizzato a dispositivi di comunicazione.
Non si esclude neanche il coinvolgimento dei presunti membri dei clan in attività di usura, prestando somme di denaro a tassi esorbitanti, e in sequestri di persona, un crimine che incute terrore e destabilizza profondamente la società.
L’accusa punta a dimostrare come questi reati non siano episodi isolati, ma parte integrante di un progetto criminale volto a consolidare il controllo del territorio e ad accumulare illecitamente ricchezza, minacciando la legalità e la sicurezza dei cittadini.
La sentenza, attesa, determinerà il futuro di questi individui e rappresenterà un importante segnale nella lotta contro la criminalità organizzata.

