L’aula si è fatta portavoce di un dibattito cruciale, ben oltre i confini del processo penale in corso a Milano, che vede imputate tre psicologhe e un psichiatra del carcere di San Vittore.
L’intervento dell’avvocato Mirko Mazzali, difensore di una delle professioniste, ha acceso i riflettori sulla delicata intersezione tra salute mentale, responsabilità professionale e limiti del giudizio forense.
Mazzali ha esplicitamente contestato l’incongruità di affrontare questioni di tale complessità all’interno di un procedimento giudiziario, sottolineando come temi legati al benessere psicologico dovrebbero trovare spazio in contesti specialistici, dedicati all’approfondimento scientifico e alla cura.
Al centro della disputa vi è l’accusa di manipolazione nei confronti degli psicologi e del consulente psichiatra, presunti colpevoli di aver alterato la percezione della realtà di Alessia Pifferi, accusata dell’omicidio della figlia, al fine di orientare l’esito di una perizia psichiatrica.
La difesa, con Mazzali in prima linea, ha replicato sostenendo che l’utilizzo del test di Weis, che ha rilevato un quoziente intellettivo equiparabile a quello di una bambina, non costituisce reato.
L’avvocato ha veemente affermato che tale valutazione rientra nell’ambito di una pratica scientifica specifica, il cui giudizio spetta a professionisti competenti, e non al magistrato, il quale non può sostituirsi alla conoscenza tecnica e all’esperienza clinica.
L’argomentazione della difesa ha posto l’accento sulla centralità della competenza specialistica e sulla necessità di preservare l’autonomia professionale dei clinici.
L’utilizzo di strumenti diagnostici, come il test di Weis, è una pratica consolidata e accettata all’interno della comunità scientifica, e non può essere travisata come prova di illecito.
La professionalità degli psicologi non può essere messa in discussione solo perché le loro valutazioni, in un contesto giudiziario, possono apparire controverse o inattese.
Angelo Leone, difensore di un’altra psicologa coinvolta nel procedimento, ha rafforzato la tesi del proscioglimento, sottolineando come l’attività svolta sia stata del tutto legittima, trovando riscontri anche nelle valutazioni dei periti della Corte d’Assise d’Appello.
Qualora si fosse verificata una sottostima del quoziente intellettivo, questa è stata il risultato di un giudizio formulato sulla base di un test condiviso con l’équipe di esperti del carcere, evidenziando l’importanza del lavoro di gruppo e della supervisione professionale.
Il processo, dunque, si configura come un importante caso di riflessione sui confini tra giudizio forense e valutazione clinica, sollevando interrogativi cruciali sulla responsabilità dei professionisti della salute mentale e sulla necessità di garantire loro la libertà di agire nel rispetto del codice deontologico e delle evidenze scientifiche.
La sentenza della Corte d’Assise d’Appello, attesa nei prossimi giorni, si preannuncia cruciale per definire i contorni di questa delicata questione.





