Il dibattito sulla riforma del sistema giudiziario italiano si concentra spesso su una pericolosa semplificazione: la concezione del processo come un’arena sportiva, un duello tra avvocato e pubblico ministero in cui l’obiettivo primario è la vittoria di una delle due parti.
Questa lettura, come evidenziato dal costituzionalista emerito Gustavo Zagrebelsky, riduce il processo a una competizione sterile, ignorando la sua vera essenza e funzione all’interno dello Stato di diritto.
Il processo, nella sua ideale realizzazione, dovrebbe fornire al giudice un quadro completo e articolato della vicenda da giudicare, permettendogli di emettere una sentenza equa e ponderata.
La separazione delle carriere magistratuali, pilastro centrale della riforma in discussione, rischia di distorcere questo equilibrio.
In un sistema in cui la performance del pubblico ministero viene misurata in termini di condanne ottenute, si crea un incentivo perverso che potrebbe compromettere l’obiettività e l’imparzialità della sua azione.
L’introduzione di un pubblico ministero con un forte interesse alla “vittoria” processuale, sostenuto da un apparato statale consolidato, genera un potenziale squilibrio di potere nei confronti dell’avvocato difensore.
Quest’ultimo, per garantire il diritto di difesa del proprio cliente, si troverebbe ad affrontare non un pari, ma un avversario strutturalmente avvantaggiato.
La responsabilità di questo pubblico ministero, e la sua gestione, diventano quindi questioni cruciali, aprendo scenari potenzialmente inquietanti, come la subordinazione gerarchica delle procure al Ministro della Giustizia o la limitazione delle indagini solo a determinate tipologie di reato.
Fulvio Gianaria, penalista torinese e sostenitore del “No” al referendum, ha sottolineato come i dati statistici dimostrino una relativa autonomia dei giudici, con un tasso di accoglimento delle richieste di condanna delle procure che si attesta intorno al 40%.
Questo dato contrasta con l’ipotesi di una magistratura succedanea, soggetta alle direttive delle procure.
È innegabile che i giudici possano essere influenzati dalle parti in causa, un effetto che, paradossalmente, può essere considerato un beneficio derivante dal contraddittorio tra pubblico ministero e avvocato, che permette l’emersione di diverse prospettive e argomentazioni.
La questione della terzietà, pertanto, non dovrebbe essere fonte di preoccupazione primaria, ma piuttosto un’opportunità per rafforzare il sistema di garanzie e assicurare un processo equo e imparziale, basato sul rispetto del contraddittorio e sulla tutela dei diritti di tutte le parti coinvolte.
La vera sfida è evitare che la riforma si trasformi in un meccanismo di potere, compromettendo l’indipendenza della magistratura e il diritto alla difesa.

