Rigopiano, 9 anni dopo: un paese ferito chiede giustizia.

Nove anni sono trascorsi da quando la furia della natura cancellò dal paesaggio abruzzese l’Hotel Rigopiano, un luogo di accoglienza trasformato in un macabra tomba per ventinove persone.
La data, il 18 gennaio, è impressa a fuoco nella memoria collettiva, un monito doloroso di fragilità umana e responsabilità taciuta.
Le commemorazioni, sobrie e sentite, si sono diffuse in un abbraccio simbolico che ha coinvolto Rigopiano, Chieti e Montesilvano, luoghi legati indissolubilmente alla vicenda.
Nonostante il cielo plumbeo e il freddo pungente, un centinaio di persone si sono raccolte a Rigopiano, un fiume umano determinato a non dimenticare.

Tra loro, rappresentanti delle istituzioni – il sottosegretario Isabella Rauti, il presidente Marsilio, il presidente Sospiri, il sindaco Labricciosa – e le forze dell’ordine, affiancati dal Comitato dei familiari delle vittime, custodi silenziose e coraggiose di un dolore che non trova pace.
Il sindaco di Farindola, Luca Labricciosa, ha lanciato un appello carico di amarezza e frustrazione, un grido che increspa la superficie delle promesse non mantenute.
“Molte parole, pochi fatti,” ha denunciato, evidenziando il lento declino economico e demografico che continua a gravare sulla comunità.
La chiusura di attività commerciali, l’esodo di famiglie intere, il senso di abbandono: una spirale negativa che rischia di cancellare la stessa identità di Farindola.

L’auspicio è che questo anniversario segnali una svolta, un impegno concreto da parte delle istituzioni per ricostruire non solo infrastrutture, ma soprattutto fiducia e speranza.

La cerimonia si è articolata in un percorso emotivo intenso: una fiaccolata che ha illuminato l’oscurità, l’alzabandiera solenne accompagnato dal suono struggente di una tromba, la deposizione di fiori e corone come offerta di rispetto, una Messa che ha offerto conforto spirituale, la lettura dei nomi delle vittime, ognuno dei quali incarna una storia spezzata, una promessa non mantenuta.
Il gesto simbolico delle ventinove rose bianche, una per ogni anima perduta, ha evocato la purezza e l’innocenza violate dalla tragedia.

Il momento culminante è stato l’intonazione, alle 16:49 – l’ora precisa in cui la valanga si abbatté sull’hotel – del canto “Signore delle Cime” eseguito dal coro Pacini di Atri, mentre ventinove palloncini bianchi, portatori di sogni e speranze, si sono librati verso il cielo.

Un addio corale, un gesto di liberazione, un’invocazione alla luce.
L’attenzione ora è rivolta al prossimo 11 febbraio, data dell’attesa sentenza d’appello bis, un giudizio che potrebbe gettare luce sulla verità e attribuire responsabilità, un passo fondamentale verso una qualche forma di giustizia per le vittime e i loro familiari, un passo cruciale per tentare di lenire le ferite ancora aperte e per costruire un futuro in cui simili tragedie non si ripetano.
Il silenzio assordante della montagna, testimone immobile di questo lutto, continua a chiedere a gran voce: mai più.

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