La stagione lirica del Teatro alla Scala si apre con un atto di coraggio artistico e un’eco di storia complessa: “Lady Macbeth di Mtsensk”, di Dmitrij Šostakovič.
L’assenza, per il terzo anno consecutivo, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lascia spazio a un’inaugurazione che si preannuncia densa di significato, focalizzata su un’opera che rappresenta non solo un capolavoro musicale, ma un potente documento storico e politico.
La scelta di Šostakovič, compositore tormentato dal regime staliniano, non è casuale.
L’opera, accolta inizialmente con entusiasmo dalla Pravda, subì una virulenta critica per la sua presunta “formalismo” e “degenerazione”, segnando un momento cruciale nella vita dell’artista e nella politica culturale sovietica.
La sua riproposizione alla Scala, sotto la direzione magistrale di Riccardo Chailly, che saluta il suo ultimo 7 dicembre come direttore musicale, e la regia di Vasily Barkhayov, offre un’opportunità per riflettere sul rapporto tra arte, potere e censura, temi universali che risuonano con particolare urgenza nel contesto geopolitico attuale.
La decisione di programmare un’opera russa, in un periodo segnato dal conflitto in Ucraina, non ha suscitato obiezioni.
Il sovrintendente Fortunato Ortombina, con una lucidità disarmante, sottolinea come la musica trascenda le barriere ideologiche, divenendo un linguaggio capace di connettere persone al di là delle divisioni politiche.
La sua riflessione, intrisa di un’osservazione acuta, rivela la consapevolezza che i leader, attraverso i secoli, hanno sempre cercato il favore degli artisti, riconoscendo il loro potenziale di influenza sul pensiero popolare, un potere spesso superiore al proprio.
Ortombina estende questa analisi, suggerendo che anche Putin, pur consapevole del potere dell’arte, riconosce l’influenza di figure come Šostakovič e Mussorgskij, capaci di toccare le corde dell’animo umano in modi che la propaganda politica non può eguagliare.
La collaborazione con la Russia, nonostante le tensioni attuali, rimane un elemento vitale per la Scala, coinvolgendo non solo artisti, ma anche tecnici, ingegneri e imprenditori, testimoniato dalla presenza di diverse lingue, tra cui il russo, nella galleria.
Questa interconnessione sottolinea l’importanza del dialogo e della cooperazione culturale, elementi essenziali per superare le divisioni e costruire un futuro di pace.
La speranza è che la guerra, come ogni conflitto, giunga inevitabilmente a una conclusione, poiché la forza intrinseca dell’umanità, e in particolare della sua espressione culturale, è una forza inarrestabile, capace di prevalere su ogni ostacolo e di illuminare il cammino verso un mondo migliore.
La stagione lirica della Scala, con “Lady Macbeth di Mtsensk”, si erge a simbolo di questa speranza, un inno alla resilienza dell’arte e alla sua capacità di unire le persone al di là delle ideologie e delle guerre.




