La vertenza che coinvolge i 150 operatori del contact center “Chiama Roma”, operante a Crotone sotto la gestione di aCapo, si intensifica con la proclamazione dello stato di agitazione da parte delle sigle sindacali Fisascat Cisl e Uiltucs Uil.
Un conflitto che affonda le sue radici in un cambio di paradigma nelle politiche di appalto del Comune di Roma Capitale e che mette a rischio la continuità occupazionale di un bacino di lavoratori che, da quasi undici anni, garantiscono un servizio cruciale da territorio calabrese, prima con Abramo Customer Care e poi con la successiva transizione a aCapo.
Al cuore della disputa risiede il nuovo bando di gara lanciato da Roma Capitale, un documento che introduce un criterio di valutazione controverso: l’assegnazione di punteggi premiali alle aziende che dimostrano una sede operativa a Roma.
Questa scelta progettuale, percepita come una palese discriminazione nei confronti della sede di Crotone, solleva preoccupazioni concrete riguardo alla potenziale dislocazione forzata del servizio e, conseguentemente, alla perdita di posti di lavoro.
La clausola, in sostanza, sembra prefigurare un trasferimento insostenibile per i lavoratori, penalizzando un’esperienza consolidata e un modello di erogazione del servizio che ha beneficiato, per anni, della sua localizzazione in Calabria.
La risposta negativa, pervenuta il 15 gennaio, alla diffida inoltrata dal sindaco di Crotone, Vincenzo Voce, e dalle rappresentanze sindacali, ha formalizzato la frattura.
Il Direttore Generale di Roma Capitale, Albino Ruberti, ha difeso la procedura, invocando la conformità alle normative dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) e l’assenza di impugnazioni entro i termini di legge.
Una argomentazione che il fronte sindacale e l’amministrazione locale di Crotone ritengono illogica e priva di sensibilità, soprattutto alla luce delle attuali tendenze verso modelli di lavoro flessibili e digitali, come lo smart working.La proclamazione dello stato di agitazione, comunicata alla Prefettura di Crotone, alla Commissione di Garanzia sugli Scioperi e all’azienda, rappresenta una escalation del conflitto.
I segretari territoriali di Uiltucs, Giuseppe Palmieri, e Fisascat, Antonio Bruno, hanno sollecitato l’attivazione urgente di procedure di raffreddamento e conciliazione, auspicando una soluzione negoziata che eviti conseguenze negative per i lavoratori.
La principale preoccupazione riguarda la possibilità che, anche in presenza di una clausola sociale (che dovrebbe garantire la salvaguardia dei posti di lavoro), i dipendenti siano costretti ad accettare trasferimenti a Roma, una condizione resa economicamente insostenibile dal divario tra il costo della vita nella capitale e i livelli salariali del settore.
Questa ipotesi solleva il timore di un “licenziamento mascherato”, che vanificherebbe la presunta tutela garantita dalla clausola sociale, esacerbando la precarietà e l’incertezza per i lavoratori coinvolti.
La vicenda pone, inoltre, un interrogativo più ampio sulla programmazione strategica del Comune di Roma Capitale e sulla sua capacità di considerare le implicazioni sociali ed economiche delle proprie scelte in contesti territoriali diversi.







