Svolta nel caso mascherine: assolti e beni restituiti

La recente sentenza della Corte d’Appello di Bari ha segnato una svolta significativa nel complesso procedimento giudiziario riguardante le presunte irregolarità nella fornitura di dispositivi di protezione individuale (DPI), in particolare mascherine FFP2 e FFP3, durante il periodo critico del lockdown nazionale del 2020.

L’esito, che ha visto l’assoluzione di tutti gli imputati per “fatto non sussistente”, rappresenta una revisione profonda delle precedenti valutazioni e solleva interrogativi cruciali sulla gestione dell’emergenza sanitaria e le dinamiche di mercato intervenute.

La vicenda, nata da un’inchiesta che aveva portato alla condanna in primo grado di alcuni imprenditori, si è ora conclusa con una pronuncia che nega la sussistenza del reato contestato.

Gaetano e Vito Davide Canosino, figure chiave nel caso in ragione del loro ruolo di legali rappresentanti delle società 3MC e Penta srl, avevano inizialmente subito una condanna a un anno e sei mesi di reclusione (pena sospesa) per accusa di manipolazione speculativa dei prezzi.

Le Asl pugliesi avevano lamentato aumenti vertiginosi, arrivati fino al 4000%, applicati per l’acquisto di mascherine essenziali per la protezione del personale sanitario e della popolazione.
La Corte d’Appello, accogliendo gli appelli degli imputati condannati in primo grado, ha sostanzialmente ribaltato le conclusioni precedenti.

Questa decisione si traduce non solo nell’azzeramento delle condanne, ma anche nella restituzione dei beni precedentemente sequestrati, per un valore complessivo di circa un milione di euro, un atto che testimonia la radicale revisione della prospettiva giuridica del caso.

La Procura, che aveva tentato di mantenere ferma la linea accusatoria, ha visto rigettato il suo appello contro le assoluzioni già disposte in primo grado.

Accanto ai Canosino, erano stati coinvolti anche Elio Rubino (Aesse Hospital srl), Romario Matteo Fumagalli (Sterimed) e Massimiliano Aniello De Marco (Servizi ospedalieri).

Per questi ultimi tre, le assoluzioni del grado precedente sono state confermate dalla Corte d’Appello, escludendo le accuse di tentata truffa aggravata e frode in pubbliche forniture che li avevano inizialmente coinvolti.

L’assoluzione per “fatto non sussistente” suggerisce che, a fronte di un’analisi più approfondita delle prove e dei contesti economici e normativi dell’epoca, i giudici non hanno riscontrato gli elementi necessari per sostenere l’accusa di speculazione e manipolazione del mercato.
La vicenda pone interrogativi complessi relativi alla legittimità delle operazioni di approvvigionamento di beni essenziali in una situazione di emergenza, alla chiarezza delle normative e alla necessità di bilanciare l’urgenza di soddisfare le esigenze immediate con la tutela della concorrenza e la prevenzione di abusi.

La restituzione dei beni sequestrati sottolinea, inoltre, l’importanza di garantire il diritto alla difesa e la presunzione di innocenza, anche in contesti particolarmente delicati come quello dell’emergenza sanitaria.
Il caso, con la sua complessa dinamica procedurale e l’esito inatteso, si configura come un importante tassello per comprendere le sfide e le contraddizioni che hanno caratterizzato la risposta dell’Italia alla pandemia da Covid-19.

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