Tragedia a Catania: un peschereccio affonda, grida di dolore e richieste di giustizia.

L’acqua, elemento di sostentamento e al contempo forza distruttiva, ha reclamato ieri un altro tributo nel porto di Catania.
Un peschereccio, radici e speranze di una famiglia di pescatori, si è inabissato, inghiottito dalle onde infuriate.

Non si tratta di un mero incidente, ma di una tragica conseguenza di un sistema di priorità distorte, un monito sordo che risuona tra le banchine e le reti abbandonate.
Le parole del proprietario, un giovane pescatore erede di una tradizione secolare, risuonano come un lamento condiviso da un’intera comunità: “Quella barca non era solo un’imbarcazione, era il fulcro della nostra esistenza, la sicurezza del nostro futuro.

” Un’affermazione che trascende la mera perdita materiale, evocando il senso di appartenenza, l’identità e la continuità generazionale intrinsecamente legate al mare.

Fabio Micalizzi, presidente della Federazione Armatori Siciliani, solleva un velo di denuncia che si è addensato negli anni.

Non si tratta di un evento isolato, ma dell’epilogo di una serie di criticità strutturali sistematicamente ignorate.

La Federazione, con il rigore delle comunicazioni formali e dei protocolli, ha ripetutamente segnalato condizioni di insicurezza, fondali e banchine in stato di degrado, rischi evidenti per l’incolumità degli uomini e dei mezzi di lavoro.

Le richieste, le istanze, i richiami sono rimasti in gran parte inascoltati, soffocati da un’inerzia burocratica che si manifesta solo di fronte alla catastrofe.

La Federazione Armatori si riserva ora di agire in sede prefettizia, formulando una formale richiesta di risarcimento danni per l’armatore e la sua famiglia, ma la domanda che emerge con urgenza è un’altra: chi dovrà rispondere di questa perdita? Chi si assumerà la responsabilità di una barca affondata in un porto, luogo che dovrebbe garantire rifugio e sicurezza, e che invece si è trasformato in teatro di un incidente prevedibile?Questo non è un destino ineluttabile.
L’affondamento di un peschereccio non è una fatalità inscritta nelle leggi del mare, ma il risultato di una gestione inadeguata, di una mancanza di lungimiranza e di un sistema di valori distorto che antepone la rendita di posizione alla tutela della vita umana e del patrimonio culturale.

È necessario un cambio di paradigma, un investimento mirato non solo nella manutenzione delle infrastrutture portuali, ma soprattutto nella cultura della prevenzione e nella valorizzazione del lavoro della pesca, pilastro fondamentale dell’economia e dell’identità siciliana.
Il silenzio e l’indifferenza non sono più un’opzione.

Il mare chiede rispetto, e la comunità deve rispondere con azioni concrete.

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