La riflessione sollevata dall’intervento della Sindaca di Genova, Silvia Salis, in occasione della giornata internazionale dedicata all’eliminazione della violenza sulle donne, apre una spirale di interrogativi cruciali che trascendono la mera commemorazione.
La domanda “Quando capiremo che la violenza contro donne è una questione di Stato?” non è un auspicio, ma una denuncia lacerante, un monito per un sistema che troppo spesso si arrocca in risposte superficiali e interventi marginali.
La prospettiva avanzata dalla Sindaca, quella di una violenza che si insinua come un terrorismo di prossimità, è di un’efficacia penetrante.
Non si tratta solo di aggressioni fisiche eclatanti, ma di una rete di comportamenti manipolatori, controllanti e limitanti che soffocano l’autonomia femminile.
La gelosia soffocante, il controllo dell’abbigliamento, l’isolamento sociale – queste sono le armi silenziose di un carnefice che non lascia segni evidenti, ma che erode la libertà e l’identità della vittima.
Il “terrorismo invisibile” che ne consegue alimenta un clima di paura e sottomissione, alimentato da una cultura complice che minimizza, giustifica o banalizza tali comportamenti.
La chiave per spezzare questo circolo vizioso risiede in un cambiamento radicale di paradigma.
Non è sufficiente condannare gli atti di violenza una volta che si sono verificati; è necessario agire a monte, educando, sensibilizzando, promuovendo una cultura del rispetto e dell’uguaglianza.
È imprescindibile riconoscere che la violenza contro le donne non è un problema individuale, ma una patologia sociale che affonda le sue radici in dinamiche di potere, stereotipi di genere e disuguaglianze strutturali.
La Sindaca Salis invita a superare la retorica del “no” alla violenza, proponendo un impegno più profondo e proattivo.
La sfida non è semplicemente quella di “piangere le vittime”, ma di implementare politiche concrete che proteggano le donne, che garantiscano loro l’accesso a risorse e servizi di supporto, che promuovano la loro autonomia economica e sociale, che contrastino la cultura dell’odio e della misoginia.
Questa prospettiva implica un’azione sinergica tra istituzioni, forze dell’ordine, servizi sociali, associazioni del terzo settore e comunità educanti.
Richiede un investimento significativo in prevenzione, formazione del personale, monitoraggio dei casi di violenza e creazione di percorsi di uscita dalla violenza efficaci e sostenibili.
Implica, in definitiva, la consapevolezza che la protezione delle donne è una responsabilità collettiva, un imperativo etico e un investimento nel futuro di una società più giusta, pacifica e inclusiva.
La violenza contro le donne non è un “problema”, è una crisi di civiltà che richiede una risposta urgente e risoluta, che non si limiti a parole e gesti simbolici, ma che si traduca in azioni concrete e durature.

