Il processo per presunta colpa medica, conclusosi con l’assoluzione di tutti gli imputati – dieci medici e due infermieri dell’ospedale San Paolo di Bari – solleva interrogativi cruciali sulla responsabilità professionale, la gestione delle complicanze post-operatorie e la difficoltà di accertare le cause di un danno in contesti clinici complessi.
I fatti risalgono a febbraio e marzo del 2018 e ruotano attorno alla vicenda di una paziente che, in seguito a un parto cesareo, sviluppò una grave infiammazione intestinale.
La condizione, diagnosticata successivamente, fu attribuita alla presenza di una garza, un cosiddetto “gossypiboma”, rimasta accidentalmente nell’addome della donna.
L’accusa aveva inizialmente contestato la negligenza dei professionisti sanitari, sostenendo un’omissione nella fase post-operatoria e un mancato ricorso alla radiografia per indagare sulle crescenti sofferenze della paziente.
Tuttavia, il processo, celebrato dinanzi al giudice monocratico Giacomo De Raho, ha rivelato una situazione fattuale ben più intricata, rendendo impossibile stabilire con certezza la responsabilità degli imputati.
L’elemento chiave che ha condotto all’assoluzione è l’anamnesi complessa della paziente, segnata da precedenti interventi chirurgici significativi: un altro parto cesareo nel 2013 e una gastrectomia nel 2015.
Questo quadro clinico preesistente ha generato un dubbio ragionevole, rendendo impossibile escludere che la garza fosse stata originariamente lasciata durante una di queste procedure precedenti.
L’incapacità di escludere questa eventualità, ai sensi del diritto penale, ha impedito di provare l’elemento soggettivo della colpa, ovvero l’intenzione o la negligenza.
Il caso evidenzia una problematica diffusa in ambito medico-legale: la difficoltà di ricostruire la catena causale quando un danno si verifica in pazienti con un passato di interventi chirurgici.
Un gossypiboma, pur essendo un evento raro, può rappresentare una sfida diagnostica e un dilemma etico per i professionisti sanitari, soprattutto quando la sua origine non è immediatamente evidente.
L’assoluzione, sebbene possa rappresentare una vittoria per gli operatori sanitari accusati, solleva anche interrogativi sulla tutela dei diritti dei pazienti.
È fondamentale, in questi casi, garantire un’indagine approfondita e imparziale, che tenga conto di tutti gli elementi probatori e che metta al centro il benessere del paziente, senza prevaricare il diritto alla difesa dei professionisti sanitari.
L’episodio si configura, pertanto, come un monito all’importanza di una documentazione meticolosa e di una comunicazione trasparente tra pazienti e operatori sanitari, al fine di prevenire errori e garantire la massima qualità delle cure.







