La Cisgiordania, terra di confine e memoria, è assediata da una complessa rete di coercizioni che ne condizionano ogni aspetto dell’esistenza.
Lungi dall’essere una semplice contesa territoriale, la situazione attuale riflette un intreccio di politiche di occupazione, espansione coloniale e restrizioni alla mobilità che hanno frammentato il tessuto sociale e geografico della regione.
La presenza di oltre mille checkpoint militari, disseminati come barriere invalicabili, non solo interrompe i flussi economici e vitali, ma contribuisce a una profonda disumanizzazione, trasformando comunità intere in isole separate, condannate a una precarietà costante.
Hakema Hassan, coordinatrice di cooperative agricole e voce autorevole del Women Support Centre di Nablus, incarna la resilienza e la determinazione di un popolo che rifiuta la sottomissione.
Il Women Support Centre, un’iniziativa nata “dalle donne e per le donne”, si configura come un faro di speranza in un contesto altrimenti dominato dalla disperazione.
È un luogo dove la solidarietà femminile si traduce in forza collettiva, dove le esperienze individuali si intrecciano per costruire un futuro di dignità e autonomia.
L’importanza cruciale dell’agricoltura contadina e delle pratiche agroecologiche emerge come strategia di resistenza.
Hakema evidenzia come la gestione sostenibile del territorio, che include la salvaguardia delle risorse idriche, la promozione della biodiversità e il recupero di varietà locali, non sia solo una questione di sussistenza, ma un atto politico di rivendicazione.
Ogni metro di terra restituito alla coltivazione, ogni seme piantato, rappresenta un rifiuto dell’annessione e una riaffermazione del diritto all’autodeterminazione.
Queste pratiche agricole, radicate nella cultura e nella tradizione, diventano strumenti potenti per ricostruire un senso di appartenenza e per contrastare l’erosione del patrimonio culturale.
La solidarietà internazionale non è percepita come un atto di carità, ma come un imperativo di giustizia.
Non si chiede pietà o assistenza umanitaria, bensì una partnership orizzontale, basata sul riconoscimento della dignità intrinseca di ogni individuo e sulla condivisione dei valori universali.
Si auspica un impegno concreto a sostegno delle lotte per la liberazione, non come intervento esterno, ma come partecipazione attiva a un progetto globale di trasformazione sociale.
La causa palestinese non è un’emergenza umanitaria da risolvere, ma una battaglia politica e morale che interpella l’intera comunità internazionale, esortandola a ripensare le dinamiche di potere e a promuovere un mondo più giusto ed equo.
Si tratta di un appello a costruire ponti, a rompere le barriere dell’indifferenza e a sostenere con forza le voci che si levano contro l’oppressione, la violenza e l’imperialismo.
La vera liberazione, infatti, non è solo un diritto palestinese, ma un obiettivo condiviso da tutte le persone che aspirano a un futuro di libertà, dignità e democrazia.






