Enel: la vertenza dei call center rischia il lavoro nel Mezzogiorno

La vertenza Enel si configura come un campanello d’allarme per il futuro del lavoro nel Mezzogiorno e solleva interrogativi cruciali sulla responsabilità sociale delle grandi aziende a partecipazione pubblica e sull’impatto dell’automazione.
La protesta, culminata in manifestazioni a Bari e Roma, riflette la profonda preoccupazione dei sindacati Fistel Cisl Puglia, Slc Cgil Puglia e Cgil regionale riguardo a un bando di gara per i call center di Bari, Lecce e Taranto che rischia di compromettere la stabilità occupazionale di 2.500 dipendenti.

Il fulcro della contestazione ruota attorno alla potenziale elusione della clausola sociale e della territorialità, principi cardine per la tutela del lavoro locale.
L’attuale formulazione del bando, a detta dei sindacati, consentirebbe all’azienda aggiudicatrice di delocalizzare i servizi di assistenza clienti, costringendo i lavoratori, molti dei quali già precari a tempo parziale, a percorrere tragitti estenuanti, a volte superiori a cento chilometri, per raggiungere le nuove sedi operative.
Questo scenario, lungi dall’essere una mera riorganizzazione aziendale, si prefigura come un rischio di “licenziamenti mascherati”, penalizzando ulteriormente una realtà socio-economica già fragile.

La richiesta dei sindacati è chiara: Enel, in quanto operatore strategico e garante di un servizio pubblico essenziale, dovrebbe riorientare la propria politica, garantendo che le attività di customer care siano svolte in siti produttivi situati entro un raggio di 15 chilometri dalla residenza dei lavoratori.
Questa misura non solo contribuirebbe a preservare l’occupazione locale, ma anche a ridurre l’impatto ambientale legato agli spostamenti, promuovendo una mobilità più sostenibile.
Un ulteriore elemento di criticità riguarda l’introduzione e l’utilizzo massiccio dell’intelligenza artificiale da parte dell’azienda beneficiaria del bando.
I rappresentanti sindacali denunciano un cortocircuito etico: premiare un’azienda che sostituisce il lavoro umano con algoritmi, in un contesto in cui Enel è una società a partecipazione pubblica, è inaccettabile.

La tecnologia, se non governata con criteri di responsabilità sociale, rischia di generare una crisi occupazionale di proporzioni inimmaginabili, estendendosi ben oltre il settore dei call center.

Si tratta di un fenomeno che impone una riflessione urgente a livello nazionale e richiede l’intervento dello Stato e del Governo per garantire che l’innovazione tecnologica non si traduca in un impoverimento del tessuto lavorativo e sociale.
La mobilitazione dei lavoratori e dei sindacati rappresenta un monito per le istituzioni e per le imprese: il progresso tecnologico non può essere fine a se stesso, ma deve essere finalizzato a migliorare la qualità della vita delle persone e a promuovere uno sviluppo economico equo e sostenibile.
La tutela del lavoro locale e la responsabilità sociale d’impresa non sono optional, ma elementi imprescindibili per un futuro del lavoro dignitoso e inclusivo.
La vicenda Enel, pertanto, si configura come un banco di prova per verificare l’effettiva capacità del sistema Paese di coniugare innovazione tecnologica e tutela del lavoro.

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