La tragica scomparsa di Alessandro Moretti, 34 anni, ha squarciato il tessuto urbano di Foggia, gettando un’ombra sinistra su un territorio già segnato dalla presenza pervasiva della criminalità organizzata.
L’uomo, raggiunto da un inferto di colpi di pistola calibro 7,65 mentre si trovava in scooter in via Sant’Antonio, ha perso la vita poco dopo l’arrivo dei soccorsi, in ambulanza, in un contesto che profuma di vendette e ripicche.
La dinamica dell’evento, ancora avvolta nella nebbia delle indagini preliminari, assume una particolare rilevanza se si considera il legame di Alessandro Moretti con la famiglia mafiosa foggiana.
Figlio di uno dei nipoti del noto boss Rocco Moretti, attualmente detenuto al regime di 41 bis per associazione mafiosa, estorsioni e detenzione illegale di armi, la sua figura si colloca in un contesto di potere e influenza consolidati nel tempo.
Le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, si muovono su molteplici piste, con l’attenzione focalizzata sia sul ruolo della vittima all’interno della costellazione criminale foggiana, soprannominata “Società foggiana”, sia sulla possibilità che l’omicidio sia l’esito di un cruento regolamento di conti tra fazioni rivali.
La “Società foggiana”, un’organizzazione complessa e ramificata, controlla da anni attività illecite che vanno dal traffico di droga al contrabbando, dall’usura al controllo del territorio, e la sua storia è costellata di violenze e vendette.
La Squadra Mobile, impegnata in un’intensa attività di raccolta testimonianze e analisi tecniche, sta setacciando il territorio alla ricerca di elementi che possano ricostruire con precisione gli eventi e identificare gli esecutori materiali del delitto.
L’acquisizione e l’analisi delle immagini dei sistemi di videosorveglianza rappresentano una priorità, nella speranza di cristallizzare il momento dell’agguato e tracciare le rotte di fuga dei responsabili.
Il passato giudiziario di Alessandro Moretti, segnato da una condanna a sette anni e quattro mesi nel contesto dell’operazione “Decima azione” per reati legati al traffico di armi e sostanze stupefacenti, getta ulteriore luce sulla sua posizione all’interno della criminalità organizzata.
La sua liberazione, avvenuta da alcuni anni, potrebbe aver innescato una serie di dinamiche che hanno portato alla sua tragica fine.
Il timore più grande per le autorità è che questo omicidio possa riaccendere una faida violenta tra clan mafiosi rivali, destabilizzando ulteriormente un territorio già fragile e compromesso.
La competizione per il controllo dei traffici illeciti, la gestione del denaro sporco e la spartizione dei territori di influenza costituiscono fattori di conflitto latenti che rischiano di sfociare in nuove ondate di violenza e intimidazione, minacciando la sicurezza dei cittadini e la legalità.
La ricostruzione della rete di relazioni e la mappatura degli equilibri di potere all’interno della “Società foggiana” rappresentano una sfida complessa per le forze dell’ordine, impegnate a prevenire e reprimere ogni forma di criminalità organizzata.

