Operazione Pit Bull: Sgominata Rete Mafiosa nel Salento

L’operazione “Pit Bull” ha inferto un duro colpo alla criminalità organizzata salentina, smantellando un’articolata rete dedita a traffici illeciti e gestita con l’impronta distintiva del metodo mafioso.
Diciotto individui sono stati arrestati a seguito di un’indagine condotta dai carabinieri, sotto la direzione della Procura Distrettuale Antimafia di Lecce, che ha portato alla luce un’associazione per delinquere operante in diverse aree del Salento.
Al centro dell’organizzazione emerge la figura di Vito Paolo Vacca, 31 anni, residente a Racale.

La sua posizione all’interno della struttura criminale è di particolare rilevanza: egli è considerato l’erede designato di una frangia operativa della Sacra Corona Unita, un’organizzazione che ha segnato profondamente la storia criminale della regione.
Questa successione si colloca nel contesto della scomparsa del padre, Salvatore Vacca, ergastolano per omicidio e deceduto a domicilio nel 2024 a causa di gravi patologie oncologiche.

Il lutto, ostentato attraverso un corteo funebre sfarzoso, con un feretro trasportato su una carrozza dorata trainata da quattro cavalli neri, rappresentò un chiaro messaggio di potenza e continuità criminale.

L’indagine ha rivelato non solo la struttura gerarchica ma anche l’importanza cruciale dei ruoli femminili all’interno dell’organizzazione.
Sei donne sono state arrestate con l’accusa di aver gestito attività di spaccio, stoccaggio di droga e gestione finanziaria.

Queste figure, lungi dall’essere semplici complici, si sono rivelate elementi chiave per il funzionamento del traffico illecito, occupandosi di approvvigionamenti, consegne, e soprattutto, della gestione dei proventi derivanti dall’attività illecita.

In particolare, la moglie di Vito Paolo Vacca ha assunto un ruolo di primo piano, sopperendo all’assenza del marito e coordinando direttamente la distribuzione della droga, la ricarica delle scorte e la gestione dei flussi finanziari illeciti.

La droga, identificata in gergo con termini come “cento” o “pietre”, veniva nascosta in luoghi sicuri e trasportata in maniera ingegnosa, spesso camuffata in confezioni di prodotti alimentari o detersivi, per eludere i controlli.
Il nome dell’operazione “Pit Bull” trae origine dalla presenza di cani di razza Pit Bull, utilizzati per la sorveglianza di una delle abitazioni dei membri dell’organizzazione.
Questi cani, durante un precedente controllo da parte dei carabinieri, hanno reagito con violenza, dimostrando ulteriormente il clima di ostilità e segretezza che avvolgeva l’attività criminale.
L’indagine, protrattasi nel tempo, ha permesso di ricostruire una rete complessa e ramificata, rivelando come la criminalità organizzata continui a permeare il tessuto sociale salentino, adattandosi e reinventandosi per perpetrare attività illecite e mantenere il controllo del territorio.

L’operazione rappresenta un passo avanti nella lotta alla criminalità organizzata, ma sottolinea anche la necessità di un impegno costante e sinergico tra le forze dell’ordine, la magistratura e la società civile.

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