Una città soffocata, un futuro negato: la protesta a Taranto per la chiusura definitiva dell’ex IlvaIl 30 gennaio, la piazza Castello di Taranto si prepara a diventare teatro di una nuova, vibrante ondata di protesta.
L’iniziativa, promossa con forza dalle associazioni Genitori Tarantini, dal Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti e dal sindacato di base Lmo, si configura come un atto di disperata rivendicazione, un grido di speranza per un futuro finalmente libero dalle ombre dell’acciaieria.
La mobilitazione, annunciata con un’immagine potente realizzata dal vignettista Leonardo Zaza, non è un semplice sit-in, ma un momento di presa di coscienza collettiva, un rifiuto categorico di un destino imposto.
L’immagine di Zaza è eloquente: Palazzo di Città, simbolo di potere e di decisioni, sovrasta volti che rappresentano le figure istituzionali – la Presidente Meloni, il Presidente Decaro, l’ex Governatore Emiliano, il Sindaco Bitetti – contrapposti a cittadini che ergono cartelli carichi di dolore, rabbia e desiderio di cambiamento.
Le scritte, immediate e incisive – “No ex Ilva”, “Stop ai voltafaccia”, “Basta veleni”, “I bambini di Taranto vogliono vivere”, “Giù le mani da Taranto”, “Vergogna”, “Lavoro sicuro e dignitoso”, “Salviamo la salute dei tarantini”, “Chiudete il mostro” – racchiudono l’essenza di una comunità martoriata, stanca di promesse non mantenute e di silenzi complici.
La protesta si eleva al di là della mera opposizione all’impianto siderurgico, denunciando un sistema di responsabilità esteso, che coinvolge istituzioni politiche e sindacati, accusati di aver anteposto interessi economici alla tutela della salute pubblica e alla salvaguardia dell’ambiente.
Si contesta una gestione irresponsabile, una continua minimizzazione dei rischi e una negazione ostinata delle evidenze scientifiche che documentano l’impatto devastante dell’acciaieria sulla salute dei tarantini.
La comunità, stanca di essere considerata una pedina in un gioco di potere, rivendica il diritto fondamentale alla salute, un diritto inalienabile che è stato sistematicamente violato.
Si rifiuta di essere relegata a un ruolo passivo, a spettatrice impotente di un destino segnato dalla malattia e dalla precarietà.
L’azione del 30 gennaio è un’affermazione di autodeterminazione, un’esigenza di giustizia e un appello a un futuro sostenibile.
Non si tratta semplicemente di chiedere la chiusura dell’impianto, ma di promuovere un modello di sviluppo alternativo, basato sulla creazione di posti di lavoro dignitosi e sulla valorizzazione delle risorse locali, che metta al centro il benessere della persona e la tutela dell’ambiente.
La protesta è un invito a ripensare il rapporto tra industria, territorio e comunità, affinché il progresso economico non si traduca in un costo umano inaccettabile.
È un atto di coraggio e di speranza per le nuove generazioni, affinché possano crescere in una Taranto libera dal veleno e ricca di opportunità.

