La passione distruttiva, l’incapacità di accettare l’autodeterminazione femminile, si manifesta con tragica intensità nella *Carmen* di Georges Bizet, andata in scena al Petruzzelli di Bari per l’atto conclusivo della stagione 2025.
Un’esecuzione impeccabile, guidata dal direttore Jordi Bernàcer, ha esaltato la forza emotiva dell’opera, con il coro e l’orchestra che hanno tessuto un’atmosfera densa e suggestiva.
Al centro di tutto, la figura di Carmen, interpretata magistralmente da Maria Kataeva, incarna una libertà radicale, un’affermazione di sé che si traduce in una sfida aperta alle convenzioni sociali e alle aspettative maschili.
La sua “libertà nata, libera vivrà, libera morirà” non è una semplice dichiarazione, ma un principio guida che definisce la sua esistenza e la sua ineluttabile fine.
La sua morte, resa ancora più scioccante dalla regia di Stephen Medcalf, ambientata nella Spagna degli anni ’40, si configura come un sinistro specchio di una violenza domestica moderna, una cronaca amara che scaturisce dalla perversa ossessione di possesso mascherata da amore.
L’interpretazione di Adrian Sampetrean nel ruolo di Escamillo, il toreador, ha aggiunto ulteriore drammaticità alla vicenda, evidenziando il fascino irresistibile e l’aura di potenza che attirano Carmen, allontanandola dalla disperata e soffocante passione di José.
La regia di Medcalf ha sapientemente giocato con la metafora della libertà, suggerita dalla stessa Carmen quando, rifiutando le avances di José, anela a fuggire dalla claustrofobia della taverna, cercando la vastità e la purezza dell’aria aperta delle montagne.
Questo desiderio di evasione si amplifica nell’atto successivo, quando si unisce ai suoi compagni banditi, elevando la loro ribellione a un atto di sovversione che trascende la semplice trasgressione, abbracciando un ideale di esistenza al di là delle leggi e delle imposizioni morali.
L’opera di Bizet, pur attingendo alla novella di Prosper Mérimée del 1845, ne attenua la crudezza originaria, ma conserva una forza evocativa che la rende sorprendentemente attuale.
La narrazione, filtrata dalla sensibilità del XIX secolo, continua a interrogarci sulle dinamiche di potere, sulla fragilità maschile e sulla complessità dell’amore e della gelosia.
La tragica fine di Carmen, rappresentata con una coreografia evocativa che la mostra immobile sul palco, in una danza eterna che rievoca la sua esuberanza iniziale, rimane un monito sulla pericolosità di un amore possessivo e sulla necessità di rispettare la libertà individuale, soprattutto quando si tratta di donne.
La sua immagine, sospesa tra la vita e la morte, sembra sussurrare una verità scomoda: la libertà, una volta negata, si trasforma in una condanna.







