Acciaio Taranto: Emiliano chiede l’intervento dello Stato.

La partita per il futuro dell’acciaieria di Taranto si gioca su un terreno di incertezza, alimentata da una complessa rete di fattori economici, sociali e ambientali.
Il presidente uscente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha espresso al termine del vertice al Mimit, una profonda preoccupazione riguardo alla mancanza di chiarezza e garanzie concrete per il sito siderurgico, un pilastro cruciale per l’economia e l’occupazione del territorio.

L’analisi del presidente Emiliano va ben oltre una semplice richiesta di impegno governativo; si tratta di una diagnosi lucida e impietosa sulla fragilità del progetto.

Le prospettive offerte dal Ministro, pur auspicabili, non sono percepite come sufficienti a placare l’agitazione dei lavoratori e a scongiurare il rischio di nuove proteste, con conseguenze negative sulla produzione e sulla stabilità del comprensorio.

La soluzione invocata da Emiliano non è una mera opzione di salvataggio, ma una strategia strutturale: un intervento diretto dello Stato, o tramite società partecipate, nella gestione dello stabilimento.

Questo non implicherebbe un’imposizione statale perpetua, bensì una fase transitoria necessaria per stabilizzare il sito, ammodernarlo tecnologicamente e poi, nel momento opportuno, ricollocarlo sul mercato ad un prezzo equo, massimizzando il suo valore.

La riqualificazione tecnologica, secondo Emiliano, è imperativa non solo per la competitività dell’acciaieria, ma anche per la sua sostenibilità ambientale.
La realtà ineludibile è che i forni a ciclo integrato, data la loro intrinseca inefficienza e gli elevati costi operativi, si trovano ormai al di fuori delle dinamiche di mercato.

La ricostruzione degli altiforni, di fatto, appare impraticabile; l’attenzione deve concentrarsi sulla loro manutenzione e, soprattutto, sull’adozione di tecnologie innovative per ridurre drasticamente le emissioni di CO2.
L’imminente entrata in vigore delle nuove tassazioni sulle emissioni di gas serra, a partire dal 2028, rappresenta un ulteriore fattore di rischio, che rende la gestione dei forni a ciclo integrato economicamente insostenibile.
La decarbonizzazione, quindi, non è più una scelta, ma un imperativo categorico.
Questo implica una profonda trasformazione industriale, che richiede l’individuazione di fonti di approvvigionamento energetico alternative, compatibili con le aspettative della comunità locale e con gli obiettivi di sostenibilità ambientale.
L’impegno del governo non si può limitare a promesse vaghe o a piani a medio termine.

È necessario un piano industriale dettagliato, con investimenti concreti e tempistiche precise, che tenga conto delle specificità del sito e delle esigenze del territorio.
Solo in questo modo si potrà garantire un futuro all’acciaieria di Taranto, preservando i posti di lavoro e contribuendo allo sviluppo sostenibile del Mezzogiorno.
La sfida è complessa, ma non insormontabile, a patto di una volontà politica forte e di un approccio pragmatico e lungimirante.

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