Ilva: Usb chiede la nazionalizzazione, rischio collasso filiera.

La vertenza Ilva, o meglio, l’eredità industriale che ne è derivata, rimane un nodo gordiano di incertezza, come evidenziato dall’Usb in seguito all’ultimo incontro, giudicato inconcludente, presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit).
La situazione, in particolare per lo stabilimento di Taranto – fulcro di un’economia fragile e legata alle sorti di circa diciottomila lavoratori e delle loro famiglie – appare profondamente precaria.

L’unico spiraglio emerso, un’apparente continuità operativa nei siti di Genova e Novi Ligure, non è percepito come un progresso sostanziale, ma piuttosto come un palliativo insufficiente a risolvere le problematiche strutturali che affliggono l’intero gruppo industriale.

L’Usb, con fermezza, sostiene la necessità di una radicale revisione dell’approccio gestionale, invocando la creazione di tavoli di confronto uniti e inclusivi, capaci di abbracciare le istanze di tutti gli stabilimenti, compreso Racconigi, attualmente fermo.
Il sindacato denuncia una preparazione inadeguata degli incontri istituzionali, suggerendo che i diversi livelli decisionali avrebbero dovuto confrontarsi preventivamente per presentare al Mimit soluzioni concrete, anziché limitarsi a discutere la situazione senza proporre azioni risolutive.

La richiesta, netta e inequivocabile, è quella di una nazionalizzazione, una scelta strategica che dovrebbe essere contemplata senza ulteriori indugi.
L’Usb fa riferimento all’esempio francese, dove la proposta di nazionalizzazione di ArcelorMittal France ha avviato un percorso formale, indicando una possibile via d’uscita dalla crisi italiana.

Si sottolinea, in particolare, il ruolo cruciale della banda stangata di Genova, considerata il cuore pulsante della produzione e un elemento strategico per il futuro dell’intera azienda.
L’interconnessione tra gli stabilimenti è evidente: il declino di Taranto rischia di trascinare con sé anche Genova, Novi e Racconigi, compromettendo l’intera filiera produttiva.
Al di là della mera continuità operativa, emerge l’urgente necessità di garantire la sicurezza e la protezione dei lavoratori, non solo in termini occupazionali, ma anche in termini di salute e ambiente.
La fragilità del tessuto sociale ed economico legato all’area di Taranto richiede interventi straordinari e soluzioni alternative alla gestione privata, che si è dimostrata incapace di affrontare le complessità del contesto.

La stabilizzazione dell’occupazione, la decontaminazione dei siti, e lo sviluppo di un modello industriale sostenibile e resiliente sono obiettivi imprescindibili per il futuro di un’area che ha subito troppi sacrifici e che merita un futuro di prosperità e sicurezza.

La questione dell’Ilva non è solo una vertenza sindacale, ma una questione di giustizia sociale e responsabilità istituzionale.

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