La domanda si fa eco, angosciante, nel silenzio della mangiatoia: come potrà germogliare il Principe della Pace in un mondo che ha dichiarato guerra alla vita stessa? Don Michele Stragapede, guida spirituale della parrocchia di San Gioacchino a Terlizzi, ha scelto una risposta potente e disarmante, affiancandosi all’artista Paolo De Santoli per creare un presepe inconsueto, un’opera che più che rappresentare, interroga.
Lontano dalle decorazioni tradizionali e dai suoni festosi, la mangiatoia rimane vuota, un vuoto assordante che pretende di essere riempito da una riflessione urgente.
La scelta non è una provocazione fine a sé stessa, ma un atto di denuncia, un grido di dolore che emerge dal cuore di una comunità esposta, quotidianamente, alla violenza e alla disumanizzazione che permeano il nostro tempo.
“Cosa facciamo? Fingiamo che tutto vada bene?”, si interroga don Michele, riferendosi alla realtà dilaniante che ci circonda.
Il pensiero si volge immediatamente alle vittime innocenti, quelle falciate dalla guerra a Gaza, in Israele, in Sudan, e ai bambini ucraini, intrappolati in un conflitto che ha cancellato la loro infanzia.
La cifra di oltre 16.000 bambini uccisi a Gaza e in Israele, evocando l’immagine biblica di Erode, è una ferita aperta sulla coscienza collettiva.
La deportazione forzata di 20.000 minori ucraini in Russia aggiunge un’ulteriore dimensione di dramma.
La crisi umanitaria in Sudan, con le sue decine di migliaia di vittime e milioni di sfollati, sottolinea la gravità della situazione globale.
Questi non sono semplici numeri; sono vite spezzate, sogni infranti, un futuro negato.
Don Michele, riprendendo le parole di Madre Teresa di Calcutta, invita a non relegare il Natale a un mero rito consumistico, una sequenza di auguri digitali privi di significato profondo.
Il Bambinello, il simbolo stesso della speranza, può nascere solo se gli offriamo non solo parole, ma azioni concrete, se gli garantiamo il “pane e la dignità”, se ci impegniamo a costruire un mondo più giusto e pacifico.
La mangiatoia vuota è quindi un appello, un monito: un invito a superare l’indifferenza, a rompere il silenzio, a trasformare la compassione in azione, perché il Natale non sia un semplice momento di celebrazione, ma un punto di partenza per un cambiamento radicale.
La vera celebrazione, forse, risiede proprio nella capacità di riempire quel vuoto con la solidarietà, l’impegno e la speranza di un futuro migliore per tutti i bambini del mondo.

