Deborah Rizzato, vent’anni dopo: un dolore ancora vivo.

Vent’anni.
Due decenni segnati da un’ombra lunga e dolorosa, quella che incombe sulla memoria di Deborah Rizzato, strappata alla vita a soli 24 anni.
Il 22 novembre 2005, a Ponzone, un atto di violenza inaudita, perpetrato da Emiliano Santangelo, stalker e aguzzino, ha impresso una ferita ancora aperta nel tessuto sociale biellese e nazionale.

Un’eco di dolore che, a distanza di tempo, risuona più acuta alla luce di un’apparente immutabilità.

La vicenda di Deborah non fu una semplice tragedia; fu il culmine di un percorso di abusi e persecuzioni iniziato quando lei era solo una tredicenne.

Un rapporto distorto, nato apparentemente in una discoteca, si trasformò in un incubo che ne condizionò ogni aspetto della vita.

Lo stupro, atto efferato e traumatico, fu solo l’inizio di una spirale di terrore, un percorso costellato di denunce, promesse di protezione e, poi, la cruda realtà di una giustizia a volte lenta e insufficiente.
La liberazione anticipata di Santangelo, dopo una condanna per violenza sessuale, fu una ferita ulteriore per la famiglia Rizzato e per l’intera comunità.
Un errore giudiziario che permise al mostro di continuare a tormentare la sua vittima, alimentando un senso di impotenza e insicurezza.
La telefonata costante, la paura latente, la sensazione di essere costantemente osservati divennero la quotidianità di Deborah, una giovane donna che cercava disperatamente di ricostruire una vita spezzata.
La sorella di Deborah, Simona, con voce rotta dall’amarezza, ha espresso un sentimento condiviso da molte donne: la frustrazione di vedere il sacrificio di una persona cara non tradursi in un cambiamento reale e duraturo.
La legge contro il femminicidio, nata anche grazie alla drammatica vicenda di Deborah, appare, a distanza di vent’anni, un pallido tentativo di arginare un fenomeno radicato in una cultura patriarcale che ancora oggi minimizza la violenza di genere e ne giustifica le cause.

L’omicidio di Deborah non fu solo un atto di violenza fisica; fu un attacco alla sua dignità, alla sua libertà, alla sua stessa esistenza.

E la sua morte, purtroppo, non è stata un evento isolato.
Le cronache quotidiane ci sommersero con storie di abusi, aggressioni e femminicidi, testimonianza di un problema strutturale che affligge la nostra società.

La memoria di Deborah Rizzato deve servire da monito costante, da stimolo per un impegno concreto e continuo nella prevenzione della violenza di genere, nella promozione della cultura del rispetto e nella tutela dei diritti delle donne.
Non possiamo permettere che il suo sacrificio sia vano.
È nostro dovere, come comunità, costruire un futuro in cui nessuna donna debba più vivere nella paura e nell’ombra della violenza.
È un debito che abbiamo con Deborah e con tutte le donne che hanno subito, e subiscono, simili drammi.

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