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Giovane mamma studentessa: la scuola nega il DAD?

A Piacenza, una giovane studentessa liceale di sedici anni, madre di un bambino di cinque mesi, si trova al centro di un acceso dibattito che solleva interrogativi cruciali sull’inclusione scolastica, il diritto allo studio e il sostegno alle famiglie in difficoltà.

La vicenda, resa pubblica attraverso una toccante lettera al quotidiano Libertà, espone una situazione di profonda precarietà e una forte volontà di conciliare la maternità con l’istruzione.

La studentessa, brillante alunna con una media scolastica di 8.5, aveva precedentemente ottenuto la possibilità di seguire le lezioni a distanza (DAD) durante la sua gravidanza, considerata a rischio, e si era distinta per la sua dedizione, tanto da collegarsi alle lezioni dall’ospedale subito dopo il parto.

Ora, l’istituto scolastico sembra opporsi alla prosecuzione della didattica a distanza, adducendo il rispetto del regolamento interno.

La ragazza si trova di fronte a una scelta difficile: recarsi a scuola lasciando il figlio in una comunità specializzata, con costi considerevoli, o affidarlo a un asilo nido privato, soluzione finanziariamente inaccessibile data la cifra mensile che supera i mille euro.

Il caso mette in luce una problematica più ampia che riguarda la vulnerabilità di giovani madri e la necessità di implementare politiche scolastiche flessibili e personalizzate.

La didattica a distanza, nata come risposta all’emergenza sanitaria, si rivela in questa circostanza uno strumento potenzialmente utile per garantire il diritto allo studio a ragazze madri, consentendo loro di rimanere parte integrante del percorso educativo senza compromettere il benessere del proprio figlio.

La dirigente scolastica del liceo Gioia, Cristina Capra, conferma che la situazione è in fase di valutazione e che è previsto un incontro con i servizi sociali per individuare la soluzione più adeguata.

Questo confronto dovrebbe considerare non solo le esigenze della studentessa e del bambino, ma anche le implicazioni pedagogiche e organizzative di una scelta del genere.

Il caso solleva, di fatto, la necessità di una riflessione più ampia sul ruolo della scuola come istituzione inclusiva, capace di adattarsi alle diverse realtà e di offrire opportunità concrete a tutte le studentesse, indipendentemente dalla loro condizione familiare.
La vicenda si configura come una sfida per l’intera comunità scolastica, chiamata a dimostrare sensibilità, flessibilità e un profondo impegno per il diritto allo studio e l’emancipazione delle giovani generazioni.

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