L’eredità di figure come Gianni Bonadonna, luminare dell’oncologia, ci ricorda che la cura non può essere ridotta a una mera sequenza di diagnosi, terapie e accertamenti.
La competenza tecnica, pur necessaria, è insufficiente a lenire la sofferenza umana che accompagna la malattia.
Un ascolto empatico, una parola di conforto, un gesto di vicinanza possono rivelarsi più efficaci di qualsiasi intervento medico, perché rispondono al bisogno primario del paziente: non sentirsi soli nel percorso, spesso arduo e angosciante, che la malattia impone.
È da questa profonda consapevolezza che nasce e si consolida l’iniziativa “Humanities in Oncology”, promossa dal Collegio Italiano Primari Oncologi Medici Ospedalieri (Cipomo), sotto la guida del presidente emerito Alberto Scanni.
La seconda edizione di questo innovativo corso si concluderà a Piacenza, il 4 ottobre, con la consegna di attestati a un gruppo di medici impegnati a reinventare il rapporto medico-paziente.
La “Scuola di Umanità” – un’entità unica nel suo genere, con una sede dedicata e un corpo docente specializzato – è stata concepita per formare una nuova generazione di oncologi, capaci di affrontare non solo le manifestazioni fisiche della malattia, ma anche le intricate dinamiche emotive e spirituali che la caratterizzano.
Il percorso formativo, nato come progetto pilota, si è rivelato un’esperienza di apprendimento profonda, strutturata attorno a tre moduli tematici: “Il tempo e la parola”, per riscoprire il valore dell’ascolto attivo e della comunicazione non verbale; “Il dolore e la speranza”, per comprendere le molteplici sfaccettature del dolore, fisico e psicologico, e coltivare la resilienza; e infine, “Il gruppo e i sistemi”, per esplorare l’importanza del sostegno sociale e delle relazioni terapeutiche.
Oltre alle 35 ore di formazione, erogate attraverso un approccio intensivo e pratico, i partecipanti hanno acquisito 50 crediti formativi e un attestato finale.
Ma il vero valore aggiunto di questa scuola risiede nella trasformazione interiore che ne consegue: una maggiore capacità di empatia, una sensibilità rinnovata verso le fragilità umane, una visione più olistica del paziente.
Il gruppo di oncologi che si appresta a concludere questo percorso formativo porta con sé un bagaglio di conoscenze e competenze che vanno ben oltre le tecniche mediche: la consapevolezza che il malato non è una semplice diagnosi, una statistica da analizzare, ma una persona complessa, con una storia, dei sogni, delle paure e delle speranze.
Un individuo con cui è essenziale entrare in sintonia, offrire un sostegno emotivo e spirituale, accompagnandolo con compassione e dignità nella sua lotta contro il cancro.
L’obiettivo ultimo è rendere il percorso di cura non solo efficace, ma anche umano, restituendo al paziente la speranza e la fiducia nel futuro.

